READING

Quello che non so di Lei

Quello che non so di Lei

Dalphine Dayrieux (Emmanuelle Seigner), famosa scrittrice francese, conosce Lei (Eva Green), prima ammiratrice, poi confidente e amica. Misteriosa e affascinante, Lei diventa sempre più presente nella vita della protagonista, fino a prenderne il controllo.

Tratto dal romanzo di Delphine de Vigan D’après une histoire vraie (Da una storia vera) e tradotto in Italia con il titolo Quello che non so di lei (perché poi?), l’ultimo film di Roman Polanski è segnato dall’inedita collaborazione alla sceneggiatura con il più polanskiano dei registi contemporanei, il francese Olivier Assayas. Da Frantic (1988) ad oggi, Polanski è al quinto film con la moglie Emmanuelle Seigner, e a quasi ottantacinque anni sembra non aver perso interesse per i suoi temi più cari.

foto-quello-che-non-so-di-lei-21-low

Quasi una “risposta” femminile a L’uomo nell’ombra (The Ghost Writer, 2010) questo ultimo, snobbatissimo film, prosegue coerentemente con l’ultimo periodo del regista: pochi personaggi, intreccio immediato, magistrale messa in scena e gioco di tensioni.

Stile da vendere, per uno degli ultimi maestri rimasti in giro per il globo. Quei nomi che, anche se proprio non rifanno un capolavoro, ti trovi ad apprezzare come oro colato a ogni nuova uscita. Parliamoci chiaro: film come Rosemary’s Baby, Chinatown o Il Pianista non li rivedremo probabilmente mai più. Come del resto sembrava assurdo immaginare anni fa film “piccoli” e micidiali come Carnage, Venere in pelliccia o quest’ultimo Quello che non so di lei. E’ parte di un percorso arrivare a realizzare film come questi, gioielli di regia e architettura narrativa. Dei sonori schiaffi in faccia a tutti gli absolute beginners della messa in scena cinematografica di oggi, che si barcamenano tra thriller e gialli che fanno sbadigliare dopo pochi minuti.

Già, perché se di messa in scena si parla, quella di Polanski è una scuola, una danza di puro stile e di tecnica, una grandiosa lezione che, a quasi novant’anni, il vecchio Roman impartisce a tutti.

foto-quello-che-non-so-di-lei-19-low

A cominciare dall’inizio del film, nella scena forse più potente e registicamente meglio confezionata (anche se debitrice di una sequenza analoga praticamente identica nel film Chi è sepolto in quella casa? di Steve Miner, del 1986), che ci ricorda come oggi, incollare gli occhi dello spettatore allo schermo, sia ancora possibile.

La sceneggiatura co-scritta con Olivier Assayas quasi conclude un’ipotetica trilogia sul tangibile e l’irrazionale, cominciata con Sils Maria e proseguita con Personal Shopper, dove qui i suoi temi, vanno a mischiarsi con quelli dell’identità, della manipolazione, del ricatto e del dominio psicologico tra i personaggi, tipici di Polanski. Ne esce un ibrido non completamente a fuoco, dove gli interessi di entrambi sembrano toccare poche volte delle vette di autentico cinema. E il film diventa una riflessione sull’arte, sull’angoscia che sta dietro alla creazione, in un salendo ambiguo e irrisolto, che trova la sua forza nell’elettricità che emana ogni sequenza, alla quale è impossibile resistere.

foto-quello-che-non-so-di-lei-32-low

Un film sul tema del doppio, sulla ricerca di sé, sulla realtà rispetto alla finzione, in un mondo in cui, come dice Eva Green, “alla gente non importa delle storie, delle invenzioni, vogliono la realtà“. E ciò che può essere reale e vero, forse non lo è, così come i messaggi diffamatori su Facebook rivolti al personaggio di Emmanuelle Seigner non dicono la verità, ma sono scritti, per cui diventano veri.

Quello che non so di lei non è mai banale, rifugge dai ricatti soft-core da possibile storia lesbica, come anche dal dilemma da invidia anagrafica alla Sils Maria di Assayas, e riesce a diventare originale, nel mare dell’effetto deja-vu che può provocare. Non risparmia cartucce neanche per la satira sessista iniziata con Venere in pelliccia, dove qui la figura maschile viene messa quasi fuori dalla cornice della storia, come insignificante figura che non ha voce in capitolo nel percorso solitario e interiore della compagna artista.

Prevalgono i primissimi piani di Emmanuelle Seigner, segnata dal tempo e mai così reale, nella finzione scenica della patinata fotografia. In risposta a quelli glaciali e cerebralmente erotici di Lei, che sta per Leila (Elle, diminutivo di Elizabeth, nella versione originale), interpretata da Eva Green, mai così tanto diabolica e inquietante, quasi erede delle streghe Disney più che dei personaggi che le ha cucito addosso Tim Burton.

foto-quello-che-non-so-di-lei-27-low

C’è L’inqulino del terzo piano ma anche Stephen King (Misery non deve morire di Rob Reiner e La metà oscura di George A. Romero), passando per il bruttarello Secret Window di David Koepp (che qualche cosa in comune, ahimè, ce l’ha). L’effetto già visto o già sentito è dietro l’angolo, ma alla fine del film si ha come l’impressione che non tutti i pezzi siano al loro posto, che qualcosa rimanga ancora in sospeso, che la verità, nell’arte come nella vita, non ce l’ha veramente nessuno. E queste non sono cose da poco.

VOTO:6,5


Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.