The Shape Of Water

Fare una recensione di The Shape of Water è pressochè inutile. Guillermo del Toro col suo nuovo film ha realizzato qualcosa di bellissimo, un’opera che fa bene al cuore, agli occhi e al cinema. C’è poco da analizzare, pochi confronti e poche argomentazioni da snocciolare di fronte ad una favola come questa, una storia d’amore fantastica e interspecie che ci sembra quasi impossibile non sia stata raccontata prima.

Diciamo subito un paio di cose poco carine, prima di tornare agli elogi: The Shape of Water è un film vecchio, è cinema di altri tempi, con una struttura classica, con personaggi bidimensionali e dinamiche piuttosto standard. In realtà non è detto che queste cose siano un male, visti i risultati recenti che hanno ottenuto altri autori che hanno voluto provare a far cose nuove e “””originali”””. E soprattutto può essere un vantaggio fare le cose in un certo modo se il tuo film è ambientato in degli insolitamente cupi anni ’60.

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E’ tutta una questione di sentimenti. L’amore domina e avvolge tutto, dai personaggi allo spettatore: è l’amore fisico e disperato tra Elisa e l’uomo umido (posso chiamare il personaggio di Doug Jones “uomo umido”? Mi piace molto anche se può ricordare la spazzatura), ma è anche e soprattutto l’amore di Guillermo del Toro per il cinema. E’ bella la fiaba fantasy a tinte dark che ci viene raccontata, ma è ancora più bello osservare il modo in cui l’autore omaggia la settima arte, dipingendo sullo schermo dei quadri che lasciano a bocca aperta, che si tratti delle strade illuminate di Baltimora o degli interni curati nei minimi dettagli. Senza contare le piccole escursioni che del Toro si permette di fare nel mondo del sogno, con danze e colori, musiche e suoni, come se The Shape of Water fosse un musical soffocato, un film che vorrebbe esplodere e urlare le sue canzoni al mondo ma non può perchè, hey, una protagonista è muta e l’altro è un coso che al massimo fa le bolle.

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Quello di Guillermone nostro è comunque un film che pesca a piene mani dalla tradizione di Hollywood, cibandosi (oltre che di uova) di noir, di fantasy, di spy story, di commedia romantica e anche di horror (d’altra parte tutto nasce da Creature from the Black Lagoon del 1954), in un mix che riesce nel compito non facile di sembrare sempre genuino e naturale e, soprattutto, ci dà la costante sensazione di trovarci di fronte ad un classico istantaneo. Perchè è di questo che stiamo parlando, di un instant classic.

Dalle musiche di Desplat alla fotografia di Laustsen (già con del Toro in Crimson Peak), fino alle interpretazioni degli attori (vogliamo parlare del trionfo emo di Sally Hawkins o di un Michael Shannon supercattivo in rappresentanza dell’America borghese, lavoratrice, repressa e schiava? Colui che “non fallisce” ma “risolve”, salvo poi inchinarsi e soccombere di fronte a “Dio”), tutto è esattamente come deve essere, senza cadute di stile e senza mai eccedere in stravaganze. Insomma, è tutto perfetto? Sì, lo è.

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Ma, come ho detto fin dal principio, è inutile sprecare tante parole cercando di descrivere questo film. The Shape of Water è soprattutto amore e bisogna accoglierlo a cuore aperto, godendo assieme ad Elisa della bellezza dell’uomo umido, assaporando ogni abbraccio, ogni carezza, ogni ti amo strozzato in gola e anche ogni amplesso, mai come in questo caso estremamente bagnato.

Quello di Guillermo del Toro non è un film che cambia la storia del cinema, ma è un film che sicuramente può arricchire (e perchè no, cambiare) un po’ tutti noi. Difficile, molto difficile, difficilissimo che riesca ad avere la meglio agli Oscar sui film “seri”, ma è già bello che sia lì. Col suo mostro mangiagatti e con la sua donna delle pulizie orfana e muta (e col cognome italiano!). Evviva l’amore.

p.s.: theme songs alternative QUI e QUI.

VOTO: 8


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