Mute

Una delle cose più inutili che la stagione cinematografica in corso lascerà ai posteri è un nuovo pseudo-genere cinematografico. Questo si caratterizza per la presenza di un bonazzo biondo, bianco, caucasico, inespressivo e con qualche tipo di tara psicologica che deambula per una megalopoli del futuro copiata pari pari da Blade Runner e deve risolvere un intrigo. Macchine volanti, pupe doppiogiochiste, complotti a base di cyberchirurgia, ologrammi, il manzo protagonista che nonostante la paralisi facciale ha un cuore di panna, l’idea che qualsiasi problema è alla fine risolvibile con una sana dose di sganassoni etc etc……il nuovo genere raccoglie per ora Blade Runner 2049, Altered Carbon e da venerdì 23 febbraio Mute, il nuovo film prodotto da Netflix.

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La trama per dovere d’impaginazione.

Berlino, 2052. In un futuro semi distopico, il barista muto e gnocco Leo (Skarsgard) lavora in un club insieme alla fidanzata Naadirah (Saleh). Un giorno lei va in crisi e cerca di confidargli un terribile segreto, ma lui si rifiuta di ascoltare in quanto seguace della dottrina “occhio non vede, cuore non duole”. La mattina seguente lei scompare nel nulla. Leo comincia allora la sua ricerca e scopre che la sua fidanzata aveva una doppia vita piena di lati oscuri. Intanto, facciamo conoscenza di due ambigui chirurghi americani (Rudd e Theroux) trapiantati a Berlino, dove operano in accordo con la malavita russa. Vuoi vedere che i due plot si incroceranno?

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Dunque il film è abominevole. Ora in teoria dovrei dedicare 15 righe a domandarmi in modo costernato come sia possibile che Duncan Jones, regista del film, abbia potuto girare un tale bidone dopo quel gioiello di Moon. Evito invece di ammorbarvi perché credo che Jones sia di fatto un non-autore che ha azzeccato un buon film più o meno per caso e poi ha fatto solo cose brutte (Source Code, Warcraft) vivendo di rendita anche per motivi di schiatta (è il figlio di David Bowie).

Torniamo al nostro nuovo genere sci-fi noir/skyline. Mute riprende l’universo di Blade Runner spostandolo pigramente a Berlino. L’ambientazione berlinese è in realtà completamente pretestuosa, in quanto la città tedesca che si vede nel film potrebbe essere qualsiasi metropoli contemporanea bladerunnerizzata; inoltre, non viene abbozzata la benché minima riflessione sulla città e la sua identità. “Berlino, 2052” è dunque solo uno specchietto per allodole da scrivere nella sinossi per calamitare giovani spettatori.

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Città con grattacieli luminosi a parte, il film di Duncan Jones è, almeno nella prima parte, un clone moscio di Blade Runner 2049 e Altered Carbon, senza la monumentalità visiva del primo e l’ignoranza action del secondo. Man mano che la storia procede, tuttavia, Mute cade letteralmente a pezzi, tra una sceneggiatura che non sa palesemente cosa far fare al proprio protagonista in attesa della soluzione del mistero, attori in preda ad overacting fuori controllo (qualcuno spari a Paul Rudd) e un finale trash con venature tragiche che è forse la cosa più brutta che si sia vista su uno schermo nel 2018.

Due ore estenuanti di cybercaciara molesta e soporifera che ci lasciano, quantomeno, con una certezza: i film prodotti da Netflix sono i nuovi VHS spazzatura che negli anni ’90 stavano nei cestelli dei super market.

VOTO: 3


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