15:17 – Attacco al Treno

Clint Eastwood ha girato il suo scult.

E come tutti gli scult, 15:17 – Attacco al treno è un film che nella sua bruttezza suscita una certa simpatia. Cosa ha combinato Clint? Con un coraggio e una voglia di sperimentare che non possono non essere apprezzabili, il registone americano ormai ultra ottantenne decide di raccontare la storia dello sventato attacco terroristico sul treno Amsterdam-Parigi del 2015 facendo interpretare i protagonisti proprio ai veri tre ragazzi  – Anthony Sadler, Alex Skarlatos e Spencer Stone.

Non solo, Clint Eastwood prosciuga lo stile trombone e spettacolare dei precedenti American Sniper e Sully (di cui questo è chiaramente il terzo tassello) per fare un film piccolo, volutamente sciatto e piatto. L’obiettivo conclamato è quello di inseguire la realtà, ricostruirla per come veramente è, mostrando la banalità del bene e dell’eroismo. La scelta stilistica è così radicale e ostentata che giustamente il film è stato paragonato (almeno nelle sue intenzioni) a Rossellini, a Roma città aperta, insomma al Neorealismo. Dialoghi scialbi e “veri”, una fotografia anonima, o meglio dire inesistente, la vita sfigata dei tre ragazzi pedinata dalla scuola media sino alle esperienze militari in Afghanistan e USA, fino al fatidico eurotrip che li porterà davanti al terrorista islamista su treno: si tratta (nelle intenzioni, repetita iuvant) di puro neo-neo-neorealismo che vuole raccontare un evento importante della storia europea, praticamente nello stesso momento in cui accade. Insomma, le intenzioni rosselliniane sono evidenti.

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Qual è il problema? Il problema è che il Neorealismo bisogna anche saperlo fare.

Sorvolando su certi dialoghi reazionari che da critico liberale dovrei non giudicare ma che comunque fanno scendere gelide gocce di bianco terrore lungo la schiena (si sentono cose come “Aaaah, il cameratismo e la guerra sono le cose più belle al mondo!”, oppure “Me ne infischio delle sue ricerche, dei suoi dati e delle sue statistiche perché tanto io ho il Signore!” – e se ve lo state chiedendo le suddette cose non vengono esclamate in modo ironico), il problema di 15:17 – Attacco al treno è tutto nella forma. Perché, purtroppo, mentre lo si guarda, non si ha mai la sensazione di assistere alla realtà nella sua semplicità ma piuttosto di una sua trasfigurazione televisiva, basculante tra lo sceneggiato di Rete 4 e il cortometraggio a budget zero presentato da due esordienti ad un festival di provincia. Quella del film di Eastwood non è la verità che viene inseguita e restituita come in Zavattini e Rossellini, bensì una (involontariamente) grottesca riproposizione di come andarono le cose, in cui la semplicità dei ragazzi diventa stupidità, il realismo sciatteria e l’onestà un carosello di cliché.

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Vogliamo parlare dello zoom sotto la gonna della ragazza che lavora nell’ostello di Roma, o di quello sui gelati di Piazza Venezia? Oppure dei 300 milioni di selfie che si spara il ragazzo nero? No, non parliamone che è meglio. Perché può anche essere che la vita di tre militari in vacanza sia veramente una vendemmia di banalità, ma la bravura dello scrittore/regista sta proprio nel non farle sembrare idiote e banali. Senza stare a ritirare in ballo i neorealisti italiani, si pensi semplicemente a cosa fa Kechiche nei suoi film con i dialoghi dei ragazzi di oggi. Ecco, Eastwood ha una mano troppo pesante per questo tipo di operazioni.

Insomma, senza nulla togliere alla grande carriera di Clint, che un anno fa ha regalato un film bellissimo come Sully, con 15:17 – Attacco al treno siamo di fronte ad uno scult con ambizioni neorealiste. Apprezzabile il coraggio e la voglia di reinventarsi, il risultato proprio no.

VOTO: 4.5


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