Chiamami Col Tuo Nome

Estate 1983, nelle pianure intorno a Crema il diciassettenne Elio (Thimothée Chalemet) trascorre come ogni anno il periodo di vacanza nella villa di famiglia. Il padre, accademico esperto di cultura greca, ospita Oliver (Armie Hammer), giovane ricercatore americano. Durante le giornate disimpegnate tra giri in biciclette e nuotate, tra Elio e Oliver nasce un forte desiderio, che si tramuta in qualcosa di profondo.

Trainato dal successo internazionale e dalle varie candidature agli Oscar, Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino è diventato in pochi mesi IL FILM italiano sotto i riflettori globali. Situato quasi all’opposto dei precedenti Io sono l’amore e A Bigger Splash (film più “urlati” e di impatto visivo), questo terzo film della “Trilogia del desiderio” non va incontro a grandi star o ostentazioni ma è attraversato da un atteggiamento di calma generale, che rende bene il personalissimo sguardo dell’autore.

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E’ l’atmosfera la vera forza del film, la sua bellezza, definita anche dallo stesso Guadagnino come “un idillio amoroso”. Una storia d’amore che nasce e il racconto di una giovinezza, narrato con i tempi apparentemente apatici di un’estate lombarda lontana, governata da letture, amicizie e primi sussulti emotivi.

La comunità dove si svolge la storia è rilassata, serena, scevra d’influenze esterne (cambiamenti sociali, politici), una realtà spensierata e privilegiata, fatta di domestici, di incroci linguistici (il padre è americano, la madre francese), pregna d’arte e conoscenza, senza problematiche o angosce. Il fortunato protagonista ha un padre che lo sostiene e gli dà importanti consigli sulla vita e sull’amore, suona Bach e regala Antonia Pozzi come libro di poesia. Una famiglia ricca nella calura lombarda degli anni ottanta, una di quelle famiglie per le quali Virginia Woolf scrisse: “La più inutile delle classi, i ricchi con una patina di cultura“. Una famiglia, quella di Elio, che comunque non ostenta in modo saccente la sua presenza, lasciando libero il giovane di dedicarsi senza turbe ai suoi interessi personali e alle prime passioni.

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E’ questa sospensione temporale nella quale si muovono i personaggi il metro con cui si misura la storia, con la Storia (dall’effigie di Mussolini sopra un portone a Beppe Grillo in Rai, fino al sottofondo diegetico di Psychedelic Furs, Bertè e Battiato) che diventa rumore in lontananza e ricordo, mentre le rarefatte note classiche e le canzoni di Sufjan Stevens diventano traccia formativa di crescita sentimentale.

Un film delicato, soffuso, dove la figura del giovane protagonista è al centro di tutto, inquadrato perfettamente nel suo essere adolescente, con movenze e sensazioni veramente identificative. Era dai tempi di certi film di Bernardo Bertolucci – uno dei registi di riferimento di Luca Guadagnino – che non si tracciava un ritratto così credibile e bello di giovinezza in crescita. Un film inquadrato perfettamente anche dalla macchina da presa, dove la fotografia in pellicola trattiene le distanze, rendendosi rispettosa nell’osservare dettagli e momenti e tenendosi pochissimi e funzionali primi piani.

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Un vero racconto sull’adolescenza, sull’età di passaggio, sulla ricerca di sé e delle proprie pulsioni, prima ancora che si tramutino in affetti. Da questo punto di vista Chiamami col tuo Nome è un film vero, reale. E’ invece meno vera l’Italia candida che il film mostra, quasi una cartolina alternativa di luoghi che, soprattutto in quel tempo, erano spesso nefasti. Le “digressioni storiche” risultano sfocate, didascaliche, senza sostanza: dalle battute alle chiacchiere a tavola sul governo Craxi e su Buñuel al disimpegno politico dei genitori. Uno sfondo ininfluente che diventa sì funzionale alla vicenda, ma che allo stesso tempo rompe quell’atmosfera pastorale e magica che il film si impegna a creare.

Sorprende il candore dello sguardo di Guadagnino, quasi pudico e non in cerca di provocazioni nel riprendere corpi e momenti, con un occhio che sembra più rimandare a Partie de Campagne di Jean Renoir anziché a Io ballo da sola. Del film di Bertolucci Call Me By Your Name eredita invece le tematiche della crescita, della ricerca non terminata della propria identità, che va di pari passo con i tumulti di un ragazzo di diciassette anni, che sa ancora poco dell’amore e di cosa la vita avrà in serbo per lui. L’estate ridiventa territorio esistenziale,  dove la voglia di sesso si mescola con la ricerca dei propri desideri, in linea con il respiro interrogante della bella stagione. Un punto di arrivo certo non da poco e per questo molto prezioso.

VOTO: 7


  1. Francesco Sala

    29 gennaio

    L’ho trovato davvero moscio, patinato, oleografico. Un film fighetto, insomma, senz’anima. É ambientato negli stessi anni in cui uscivano i libri di Tondelli e i romanzi di Bellezza: decisamente un’altra intensità, per affrontare temi a volte analoghi.

    • Il Bardo

      29 gennaio

      Nel 1983 usciva anche “Amore tossico”, che aveva un altro atteggiamento ancora. Ma più che paragonare sguardi differenti, è utile trovare cose buone in questo, che nel raccontare l’adolescenza del protagonista non è di certo banale.

  2. Enola Creutz

    29 gennaio

    nel 1983 usciva kill’Am All dei Metallica

  3. Gedeon

    1 febbraio

    Che commenti deprimenti …..privi di intelligenza emotiva, e di fantasia. Guadagnino ha volutamente dipinto un quadro ideale, da lui stesso definito quasi Disneiano, ma il fulcro è un altro. Che coraggio definirlo senz’anima.

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