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Morto Stalin, se ne fa un altro

Morto Stalin, se ne fa un altro

È eticamente accettabile fare dell’ironia sulle stragi di Stalin? Questa è la polemica che ha accompagnato Morto Stalin, se ne fa un altro nel suo giro per i festival di tutto il mondo. Commedia nera girata dall’inglese Armando Iannucci (In the Loop, Veep) e tratta dalla graphic novel The death of Stalin di Fabien Nury, il film è stato uno delle chicche della stagione festivaliera passata, vincendo addirittura il FIPRESCI al Torino Film Festival di novembre. Ambientato nei giorni che seguirono la morte per ictus del baffone, Morto Stalin, se ne fa un altro è una satira stronzetta e beffarda sul totalitarismo sovietico e i suoi patetici padroni, che non si fa problemi a fare dell’umorismo su esecuzioni sommarie, torture, deportazioni, gulag e via dicendo.

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Siamo nel 1953. Le purghe di Stalin sono all’apice. Centinaia di migliaia di persone uccise, imprigionate, spostate e torturate in base a presunti complotti contro il capo supremo. Il coordinatore del terrore è Berjia (Beale), capo dell’NKVD, che tra ricatti e dossier tiene in scacco anche Kruscev (Buscemi), Malenkov (Tambor) e Molotov (Palin), gli altri membri del Politburo. Quando il compagno Stalin muore per un ictus, gli equilibri saltano: chi prenderà il suo posto? Cosa fare del Terrore? E del socialismo? Chi dovrà organizzare il funerale? Tra fucilazioni, litri di vodka e battute su puttane ubriache e bombe a mano, i quattro arriveranno alla sanguinosa resa dei conti.

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Allora innanzitutto sciogliamo il nodo “non si scherza sulle tragedie”. Sul tema io ho posizioni abbastanza libertarie, della serie laissez faire, niente ditini alzati e teste scosse con indignazione: le arti hanno diritto di fare ironia su tutto; è compito semmai del critico dimostrare che l’ironia è di basso livello, dozzinale, contraddittoria e via dicendo, smontando l’opera. Ma indignarsi a prescindere è, come tutte le decisioni prese a prescindere, una cazzata.

Riesce Morto Stalin, se ne fa un altro a scherzare in modo intelligente su un tema così “grosso”? Ma sì. Nonostante una sceneggiatura un po’goffa e una regia televisiva, il film di Iannucci punta tutto sulla centrifuga di battute cattive come serpenti tipiche dello humour nero inglese, che rompono con il classico tono grave e solenne con cui in genere si parla di Stalinismo. E la vittoria sta tutta qui, in un meccanismo ironico”blasfemo” e liberatorio rispetto al tema trattato, un po’ come avevano fatto James Franco e Seth Rogen in The Interview. Personalmente avrei aggiunto ancora più sangue e cattiveria, con il rischio di avvicinarsi a Tarantino e ai suoi Bastardi. Ma si tratta pur sempre di un film british, in cui le frustate delle battute sono più importanti degli spari in sottofondo.

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Traducendo perfettamente in un film la celebre definizione “Comedy = tragedy + time”, Iannucci riesce a mostrare attraverso l’ironia tutta la grottesca miseria dello Stalinismo e dei suoi burocrati, sempre indecisi tra la tentazione di ordire un complotto e la paura di ricevere un proiettile nella nuca.  Ottimi il redivivo Buscemi nella parte del cazzaro ma spietato Kruscev e il montypythoniano Michael Palin nei panni di Molotov, vera anguilla dell’URSS, uno che tra discorsi senza senso compiuto ed equilibrismi da funambolo riuscì a rimanere ai vertici della nomenklatura dagli anni 30 fino agli anni 50, senza farsi mai ammazzare.

Insomma dai caruccetto questo Morto Stalin, se ne fa un altro, ottimo per una domenica pomeriggio a base di té, cinismo e cinema.

P.S. Da vedere in lingua originale per godersi tutti gli inglesissimi “fuck qui”, “fuck là”, “fuck giù”, “fuck su”.

VOTO: 7

 


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