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Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Tre manifesti a Ebbing, Missouri è ormai il favorito numero 1 nella corsa all’Oscar più incasinata della storia. Con Hollywood dilaniata dal caso Weinstein e dal neo-puritanesimo sviluppatosi in sua contrapposizione, in un clima di sospetti e paure, dove tutti possono essere distrutti da un tweet – anche quelli con la spilletta #TimesUp -,  il film di Martin McDonagh, con la sua storia di violenza sulle donne, razzismo e bifolchismo di provincia (leggi Trump), si è trovato nel posto giusto al momento giusto.  E ora, a meno che non venga fuori che McDonagh ha fatto vedere il bigolo a qualche turista a Bruges, o che il passato di Rockwell e Harrelson non rigurgiti qualche scheletro  nell’armadio, Tre Manifesti dovrebbe replicare l’exploit ai Golden Globes (4 premi) e vincere l’Oscar Race. Se lo merita? Mah, in una competizione ormai sempre meno interessata alla qualità intrinseca dei film quanto piuttosto a mandare #messaggipositivi, sì, il film di McDonagh funziona bene, si è ritrovato con le vele spiegate e la prua nella giusta direzione quando il vento del #MeToo ha iniziato a soffiare. Ma i capolavori (e forse anche i “film belli”) sono un’altra cosa.

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Come recita il titolo, siamo in un paesino del Missouri. Qui i rednecks redneckeggiano in scioltezza, tra birre scolate in solaio alle 3 del pomeriggio, rutti, risse, commenti razzisti e omofobi, stupri impuniti e violenza strisciante. Mildred Haynes (McDormand), attempata commessa in un negozio di caramelle, ha perso la figlia in un terribile caso di stupro e omicidio senza colpevoli. Per ottenere giustizia affitta tre manifesti fuori dal paese, nei quali fa scrivere “Stuprata mentre moriva”, “Ancora nessun arresto” e un richiamo diretto allo sceriffo Willhoughby (Harrelson). L’evento scatena il caos nella comunità locale e un effetto domino imprevisto nelle vite di Mildred, lo sceriffo, lo sbirro locale semi-psicopatico razzista (Rockwell) e il proprietario dei cartelloni su cui sono stati affissi i manifesti (C.L. Jones).

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Regista-sceneggiatore irlandese che viene dal teatro, Martin McDonagh è uno scrittore (più scrittore che regista, sì) dalla penna affilatissima, che fondendo black comedy, grottesco e pulp ha costruito una personale piccola alcova tra i Coen, Tarantino e il teatro dell’assurdo inglese. Partendo proprio dalle alcove, il suo capolavoro – il film in cui la sua poetica si è sprigionata al meglio – è quel piccolo diamante di In Bruges, vera chicca, una specie di tarantinata colta ed europea. Successivamente gli andò meno bene con 7 Psicopatici, riuscito ma cervellotico dentro e fuori dalla testa di uno sceneggiatore.

Con  Tre Manifesti a Ebbing l’autore britannico tira fuori dal cappello la sua opera più mainstream, in cui lo humour nero viene tenuto tutto sommato al guinzaglio e in cui il dramma con la D maiuscola tende a prendere il sopravvento. Costruito attorno ad una sceneggiatura totalizzante, in cui i personaggi sono poco più che pedine sballottate qua e là dallo script, il film si regge quasi completamente sui dialoghi ficcanti e taglienti scritti da McDonagh. Dialoghi brillanti, sagaci, quadrati e perfetti, con i quali i personaggi si prendono a schiaffi tra di loro e prendono a schiaffi l’America buzzurra che ha votato Trump (vero bersaglio indiretto del film), un luogo in cui la società è rimasta letteralmente ferma al Far West.

Tutto va al proprio posto come in una partita a Tetris (compresa la storiella d’amore tra i due neri buoni <3), ma la sensazione (o meglio la mia sensazione, visto che in generale il film è piaciuto a tutti) è che Tre manifesti a Ebbing, Missouri rimanga schiacciato sotto  una sceneggiatura e dei dialoghi che imprigionano i personaggi dentro una storia ingessata e poco libera. Il risultato è un film intelligente ma soffocato. Prendiamo la reazione isterica dello sbirro Dixon, che dopo aver saputo della morte dello sceriffo reagisce massacrando l’omosessuale del palazzo di fronte. Scena forte, cruda e a suo modo divertente, ma vagamente innaturale, come se McDonagh telecomandasse il personaggio con un joystick. Lo stesso vale per le lettere che lo sceriffo scrive a praticamente tutti i personaggi del film, lettere colte e illuminate che indicano a tutti la strada giusta da seguire. Un escamotage un po’ forzato e, sinceramente, già visto mille volte.  Insomma, i Coen riescono ad essere brutali e “intelligenti” come McDonagh, ma sanno far brillare anche una scintilla umana (ed anarchica) nei loro film.  Qui tutto è iper-scritto e iper-controllato, lasciando inoltre poco spazio di interpretazione allo spettatore.

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Ah c’è anche Tyrion

Certo il film alla fine funziona, ma perché? Funziona soprattutto grazie agli attori. McDormand, Rockwell e Harrelson, tutti al meglio, riescono a dare un’anima a personaggi che altrimenti sarebbero dei pupazzetti che recitano le rasoiate di scrittura di McDonagh. E funziona, in conclusione, per quelle due/tre trovate nerissime che colpiscono lo spettatore in faccia quando meno se lo aspetta. Una scena su tutte: il colpo di tosse insanguinato di Harrelson nel bel mezzo di un monologo. Il resto, a parere di chi scrive, è un film dei Coen senza la poesia dei Coen, trovatosi nel posto giusto a momento giusto nella corsa all’Oscar.

VOTO: 6


  1. Pasquale

    17 gennaio

    L’intellettualismo di chi critica non riesce ad andare oltre la scrittura filmica classica e valutare l’opera in sè; non riesce a capire che la verosimiglianza delle azioni è un ostacolo per chi se ne preoccupa, mentre chi come mc donagh nell’ assurdo ci naviga in scioltezza non accusa pesantezza o difficoltà ma anzi rende visibile ciò che appare come concetto, ponendo sempre meno freni inibitori ai propri personaggi; l’autore della critica non riesce a capire che bisogna in molti casi andare oltre l’azione, semplice simbolo, e soffermarsi sulle conseguenze di essa, per questo vede nel suddetto film un’opera costruita a tavolina e retta in base alle prestazioni degli attori; un limite anche questo per chi non capisce che, oltre la chiara bravura di attori già affermati, c’è un sapiente lavoro di scrittura dietro senza il quale nemmeno le prestazioni attoriali (le uniche ad esser salvate dalla critica di cui sopra) avrebbero avuto luogo. Che poi non si riesca ad intravedere la poesia in un film del genere, è un problema molto poco cinematografico quanto umano, ma se a chi ha scritto piace affettare i film come un critico di yelp taglia una bistecca e ne valuta la cottura, continui pure così. Anche perchè se la poesia non è la prima cosa a colpirti in un film del genere (grazie SOPRATTUTTO alla sapiente miscela di dramma e humor nero, per nulla tenuto a bada come sostenuto sopra anzi legittimato proprio dalla tensione ‘patetica’ di alcuni momenti che ne valorizzano i picchi) forse il suo posto è più a commentare una sala operatoria che un film!

    P.S. non un commento alla fotografia, al montaggio, alle scelte di regia e messa in scena… non una menzione dei bellissimi landscape e dei totaloni di questo film o della colonna sonora. Non un commento sul finale aperto (che secondo me scioglie più di un’accusa di non interpretabilità da parte dello spettatore ma mi rendo conto che è difficile arrivarci). Insomma riassumendo le sue critiche assomigliano più a un momento di isteria contraddittiva che le ha impedito di cogliere la bellezza intrinseca di questo film. Forse ci sarebbe voluto qualcuno un po’ più addetto ai lavori e meno commentatore da scrivania per giudicarlo!

  2. Enola Creutz

    18 gennaio

    Pasqua ‘ hai ragione però per favore non mi dare del lei. Sono un tecchiaolo di 23 anni..dico le cose come mi passano per la testa, non ci sto tanto a rimuginare su, scrivo per passione dopo una dura giornata di lizzatura; ma non capisco perché mi deve dare del lei, che è una cosa che non si fa più, almeno qui in cava o giù a Carrara non si sente da un po’. Comunque grazie per il commento, ci penserò su.

  3. Pasquale

    21 gennaio

    Grazie della risposta, soprattutto della tua pacatezza, forse immeritata rispetto all’acidità del mio commento. Sicuramente abbiamo avuto due diversi approcci al film, questo è evidente; il consiglio (o meglio il parere) che mi sento di offrirti è di non interpretare gli archetipi narrativi e di sceneggiatura di quest’uomo (sia in 3 manifesti che negli altri) come forzature del linguaggio filmico, ma come il punto di forza delle pellicole: parecchi simboli e accadimenti avvengono non per una ragione ben precisa spesso, ma solo perchè debbano avvenire (e quindi, affinchè venga offerta allo spettatore la possibilità di farsene un’opinione. Un’operazione di svuotamento di senso che trovo interessante).
    Se da un lato questa cosa può essere interpretata come gesto arbitrario di scrittura e tirannia ego-stilistica, dall’altro io la interpreto come il versante più moderno e post-moderno dell’autore (il quale, come già detto prima, proviene dal teatro dell’assurdo e quindi poco interesse ha nella dinamica degli eventi quanto nel modo di reagire del pubblico e dei personaggi).
    Mc Donagh sintetizza nel simbolo, nel gesto, nel primo piano o nel landscape ciò che la più sapiente messa in scena difficilmente riuscirebbe a tradurre oppure opera il contrario, iperbolizzando un concetto con la resa filmica (la sua è tipicamente grottesca) e in tal senso rimanendo più vicino a quelli che io ritengo essere i suoi modelli contemporanei, cioè Tarantino e i Coen. Ciò a mio avviso riesce bene a esprimere i dualismi (empirici e non) a cui spesso ci si trova di fronte nei suoi film e a giustificare quel senso di ‘surreale’ e di dubbio che quasi sempre attanaglia la scrittura dei suoi personaggi, evidenziando non UNA quanto MOLTEPLICI verità.
    Spero che questo commento, scritto di getto ugualmente ma di sicuro con più leggerezza del primo, possa aiutarti a comprendere quello che intendo.

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