Manhunt: Unabomber

Attenzione, c’è una serie bomba su Netflix!

Chiedo scusa per il gioco di parole cheesy e di cattivo gusto ma l’occasione era troppo ghiotta. Stiamo parlando di Manhunt: Unabomber, serie tv in 8 puntate sbucata su Netflix durante le vacanze di natale, dedicata alla figura del famigerato serial killer americano. Non si tratta di una produzione originale della piattaforma, bensì di un progetto targato Discovery Channel distribuito in USA tra agosto e settembre.

Concepita da Andrew Sodroski (The Handmaid) e Dana Brunetti (produttore genietto che ha lavorato a The Social Network, Captain Phillips e mille altre robe), Manhunt è interessante innanzitutto per un fun fact: è l’ultimo lavoro prodotto da Kevin Spacey prima di finire in disgrazia. Grazie al cielo nessuno se n’è accorto e la serie non è stata cancellata retroattivamente (di questi tempi non si sa mai). Ad ogni modo, la trama.

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Siamo negli anni ’90. Sono quasi 20 anni che un misterioso serial killer recapita bombe artigianali dentro pacchi postali a persone scelte apparentemente a caso. Attraverso gli anni ha collezionato 24 mutilazioni e tre omicidi.

Nel 1995 l’FBI brancola ancora nel buio. Il team che lavora al caso Unabomber, composto da più di 30 persone, ha provato tutte le strade possibile per raggiungere il killer ma ha fallito. Non sapendo più che pesci prendere, il capo arruola Jim Fitzgerald (Worthington), detective dell’FBI con l’hobby della linguistica. Intanto Unabomber, giunto all’apice del suo potere sulla polizia e i media, minaccia di far esplodere un aereo di linea se New York Times e Washington Post non pubblicheranno il suo saggio La società industriale e il suo futuro. Sarà proprio grazie allo studio della lingua usata nell’articolo che Fitz, con l’aiuto di una linguista, riuscirà a tracciare l’identikit di Ted Kaczynski (Bettany).

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Manhunt: Unabomber è una bombetta per diversi motivi. Partiamo dallo stile. Prendendo spunto dai thriller cosiddetti “procedurali”, nei quali il lavoro dell’FBI per incastrare gli assassini viene mostrato con la massima aderenza scientifica – genere portato ai suoi massimi da David Fincher con Zodiac e recentemente Mindhunter – , la serie ci porta dentro una delle più grandi cacce all’uomo della storia degli Stati Uniti. Una caccia fatta di continue ipotesi fallimentari, di idee che vengono frustrate dalla realtà, una storia di immensi dispiegamenti di forze e fondi investiti senza successo, di scazzi tra colleghi e crisi di nervi. Manhunt è un thriller, sì, ma è anche uno splendido film sul “lavoro”, tra scartoffie, rimpalli di responsabilità, stress e burocrazia.  Proprio come Mindhunter, la serie targata Discovery racconta lo sbattimento quotidiano, fatto di piccoli pezzi da unire lentamente come un puzzle, di un detective professionista. E nel fare questo il formato  serie, che tutto dilata ed espande (anche in direzioni fallaci), per una volta non è forzato. E come in Mindhunter, la soluzione dell’enigma arriva dall’università. Se nella serie di Fincher la nascita della criminologia moderna avviene attraverso lo studio di Durkheim, Lombroso e le scienze comportamentali, in Mindhunt: Unabomber è la linguistica a fornire l’identikit perfetto dell’assassino.

Concludendo il parallelismo con la serie di Fincher – e dicendo le cose pane al pane vino al vino – Unabomber rappresenta un’interessante applicazione pratica delle teorie partorite dai due sbirri di Mindhunter negli anni ’70. Inoltre qui la caccia dell’assassino procede dritta e adrenalinica per 7 ore, mentre nella serie fincheriana sì, le speculazioni psico-accademiche erano ganze, ma mancava una tensione narrativa di fondo.

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Risolta la pratica nerd, passiamo alla politica. Ok il thriller procedurale, ok gli inseguimenti, ok la tensione e la linguistica, ma come molti di voi (non?) sanno Unabomber non fu un serial killer qualsiasi. Il saggio La società industriale e il suo futuro è stato un testo a cui, nel bene e nel male, è stata riconosciuta una legittimità scientifica. La serie riesce a portare efficacemente sullo schermo le idee eco-luddiste di Kaczynski (un grandioso Paul Bettany), mostrando il potere della tecnologia sulla nostre vite grazie alla splendida intuizione visiva dell’automobile ferma di fronte ad un semaforo rosso in mezzo al nulla. E oggi, negli anni in cui se rompiamo lo smartphone rimaniamo praticamente paralizzati in casa, le riflessioni del serial killer ed ex accademico di Harvard lasciano un fastidioso eco che sa di “io ve lo avevo detto…”. Arditissima e riuscita, infine, la scena dell’esperimento di pressione sociale subito da Kaczynski all’università da parte della CIA: per cercare di fiaccare un pensatore che metteva in discussione il pensiero unico americano-capitalista, la CIA torturò un ragazzo e, di fatto, lo trasformò involontariamente in un terrorista/serial killer. Chapeau.

VOTO: 7,5


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