Suburbicon

Presentato in concorso a Venezia74 e accolto in maniera freddina da pubblico e critica, è arrivato nelle nostre sale Suburbicon, film diretto da George Clooney e scritto nientepopòdimeno che da Ethan e Joel Coen. Lo script dei Coen risale agli anni ’80 e il progetto era partito addirittura nel 2005, fermandosi praticamente subito. Ma il buon Giorgione, tra uno spot di caffè in cialde e l’altro, è riuscito alla fine a portare la nave in porto, realizzando così quello che si può definire senza troppi giri di parole come la sua personale versione di Fargo.

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Non è semplicistico descrivere Suburbicon come un vero e proprio Fargo by Clooney: la storia è caratterizzata dagli stessi meccanismi che abbiamo imparato a conoscere dai Coen nel corso degli anni, con inganni, truffe, personaggi doppiogiochisti e triplogiochisti e la tranquilla realtà quotidiana di una famiglia borghese che lentamente si sgretola infilandosi in un vortice di violenza senza fine.

Siamo tra la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50 a Suburbicon, graziosa cittadina costruita ex novo per soddisfare qualsiasi richiesta dell’uomo bianco medio americano. Gardner Lodge (Matt Damon) è vicepresidente finanziario di una grossa azienda e vive con la moglie (Moore) paralitica e il figlioletto in una bella villetta a schiera. Una notte due malviventi fanno irruzione in casa sua e gli uccidono la moglie. Fin da subito si capisce che qualcosa non quadra. Lo capisce la polizia ma lo capisce soprattutto il figlioletto di Lodge, Nicky, che inizia a sospettare del padre e della zia (Julianne Moore, sdoppiata). Nel frattempo, nella casa a fianco a quella dei Lodge, si trasferisce una famiglia di colore, i Mayers, fatto che crea scompiglio tra i cittadini di Suburbicon, che impazziscono all’idea di dover vivere nello stesso quartiere dei *****.

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Se avete dimestichezza col cinema dei Coen potete immaginarvi un po’ come andrà a finire: Matt Damon farà casini su casini e sfocerà tutto nel sangue, tra violenza e black humor. La tattica adottata da Clooney è facilmente individuabile: portare avanti il giochino cinico sui Lodge per affrontare parallelamente il discorso politico sull’America razzista degli anni ’50, mostrando le vicissitudini dei Mayers. A Giorgione piace tanto parlare di politica e fare le cose “””impegnate””” e si capisce che ci tiene un casino a bacchettare l’America (dobbiamo citare Trump? e facciamolo: Trump!), l’America perfettina, l’America credente, l’America del turbocapitalismo (Oscar Isaac da 10 nei panni dell’agente assicurativo), l’America dell’apparenza. Quell’America da pubblicità patinata, pronta a sciogliersi e a deformarsi come nel video di Black Hole Sun se messa sotto la lente d’ingrandimento. E così, mentre i cittadini di Suburbicon si scagliano contro i tranquilli e rispettabili Mayers, cercando di cacciarli dalla cittadina e attirando su di loro tutte le attenzioni, nella casa a fianco si compiono rapimenti, omicidi, truffe e chi più ne ha più ne metta. Metaforina carina carina.

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Suburbicon è il film più divertente di quelli girati da Clooney, che avendo le spalle coperte da uno script nel quale tutto funziona alla perfezione, si può permettere anche di affinare lo stile citando Hitchcock e il cinema noir a più riprese. Il film paga, però, lo scotto di risultare qualcosa di già visto, un prodotto che sembra quasi essere una puntata lunga di una nuova stagione della serie tv Fargo, seppur girata molto bene. E’ tutto cool, è tutto al suo posto, ma in mezzo a tanta locura manca un po’ di anima. La cosa più interessante alla fine è lo stile di Clooney, uno che in un modo o nell’altro porta sempre a casa la pagnotta. Se poi, come al sottoscritto, vi piacciono le ambientazioni anni ’50 piene di colori pastellosi e saturi, troverete la visione ancora più piacevole. Ci sta.

VOTO: 6,5


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