The Punisher

Hallelujah! Il grido di giubilo viene naturale e viene dal cuore dopo aver terminato la visione della prima stagione dedicata a Frank Castle, quel The Punisher che già si era fatto apprezzare nella season 2 di Daredevil. Esultiamo perchè le serie Marvel/Netflix stavano cadendo alla velocità della luce verso il buio più assoluto: se Jessica Jones era ancora accettabile, Luke Cage arrancava strappando una sufficienza risicata grazie all’impronta black, assolutamente indifendibile è stato Iron Fist, mentre i Defenders non sono pervenuti (qualcuno ha effettivamente visto quella stagione? se sì, battete un colpo).

Con The Punisher il livello si è rialzato di colpo, un po’ per merito di un grande Jon Bernthal, un po’ perchè il personaggio da lui interpretato segue un percorso un po’ diverso da quello dei suoi colleghi supereroi, con una storia molto reale e senza innesti fantastici. 

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The Punisher è al momento la serie Marvel meno Marvel di tutte, potrebbe quasi essere un prodotto a sé stante, visto che i riferimenti all’universo fumettoso e agli altri personaggi sono praticamente nulli (torna la bionda giornalista Karen Page, ma gli eroi di Hell’s Kitchen e dintorni non sono nemmeno menzionati per sbaglio). C’è poi il fatto che quella di Frank Castle è una storia cruda e drammatica, più vicina ai film action di vendetta in stile John Wick che alle avventure pupazzose con misteriosi cattivi da sconfiggere. E’ una vicenda che si snoda tra intrighi di potere legati a CIA, Homeland Security ed esercito americano, una roba di complotti e operazioni criminali segrete svolte in Afghanistan ai tempi della guerra e nelle quali il nostro Punitore era coinvolto in prima persona assieme a quello che di fatto è il villain della stagione, ovvero Billy Russo.

Russo (un Ben Barnes che come in Westworld fa il figo antipatico) è un ex marine, compagno di battaglie di Castle, che una volta finita la guerra mette in piedi un’agenzia di contractor e fa del gran cash. Ovviamente è al soldo del miglior offerente e si trova a dover combattere proprio il suo ex migliore amico (è anche implicato nella strage della sua famiglia). E’ un villain piuttosto vicino a quello già visto in Jessica Jones con Kilgrave, un cattivo col quale può capitare di empatizzare, un cattivo che spesso si allinea con Punisher. Anche perchè il nemico comune, fondamentalmente, è l’establishment  marcio degli Stati Uniti d’America.

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Se Russo è l’antagonista, il braccio destro di Punisher è Micro aka David Lieberman (Ebon Moss-Bachrach), genio dell’informatica anche lui in fuga da governo e agenti federali dopo aver combinato dei casini. E’ fondamentalmente lui che convincerà Castle a tornare in pista e a combattere, dopo che questo si era ritirato a vita privata lavorando in un cantiere.

Lasciando per un attimo da parte personaggi e sinossi, ciò che va sottolineato è la potenza con la quale questa serie colpisce puntata dopo puntata. Diciamoci la verità, dei calci volanti e delle arti marziali ci eravamo un po’ rotti le palle: Frank Castle arriva coi suoi bei fucilozzi di precisione e le pistole e i mitra d’assalto e fa stragi su stragi, intraprendendo uno scontro a fuoco dopo l’altro. Questa sì che è una botta di adrenalina. Senza contare che il sangue scorre a fiumi, tra teste spaccate e facce disintegrate (andatevi a vedere la fine che fa il buon Rawlins). Insomma, è la violenza estrema l’arma in più di The Punisher.

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Ed è curioso che sia proprio la caratteristica migliore della serie ad essere stata quella più criticata e messa sotto accusa dai media. In un periodo storico caratterizzato da stragi in America dovute alle armi da fuoco (non ultima quella di Las Vegas), Netflix ci presenta un eroe che non solo spara a tutti, ma che per di più combatte contro CIA e Governo che vogliono insabbiare torture e crimini compiuti in Afghanistan. Di base The Punisher è una serie sovversiva, che mostra tutto il marcio e la corruzione presenti in certi ambienti di potere americani, ma allo stesso tempo cerca di tenere alti alcuni valori cardine della vita a stelle e strisce (e purtroppo tra questi c’è anche il secondo emendamento, della quale la serie alla fine finisce per essere una sostenitrice nemmeno troppo silenziosa).

Stiamo dicendo che la Marvel ha fatto una serie politica? Nì…cioè, sì, cioè, decidete voi. Di sicuro c’è che tra queste tematiche e i ninja della Mano c’è un abisso, ed è anche questo che dà più spessore ad una produzione che comunque è riuscita a smarcarsi in maniera ottimale rispetto a quelle che l’hanno preceduta, creandosi una sorta di campo da gioco separato sul quale teoricamente potrebbe andare avanti con le proprie gambe, indipendentemente dal futuro dei Defenders.

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The Punisher è in definitiva una serie grossa, cupa, violenta e piena di contenuti interessanti. Potrà risultare forse un po’ troppo pesante a tratti, soprattutto quando ci sono di mezzo le questioni di politica interna alla Homeland Security (l’agente Madani interpretata dalla brava Amber Rose Revah è il personaggio alla fine più debole della serie), ma quando entra in gioco Frank Castle è sempre un piacere. Anche perchè al protagonista interpretato da Jon Bernthal è stato dato uno spessore visto raramente nelle serie tv fumettose e il monologo finale, con quella confessione a denti stretti, è solo la ciliegina sulla torta (c’è una sequenza introspettiva sulle rive dell’East River con questo pezzo di Manson in sottofondo che #ciaone).

La seconda stagione ancora non è stata confermata da Netflix, ma nel caso la guerra è pronta a ripartire: dopo esser stato sfigurato da Frank, Billy Russo si toglierà le bende e darà vita a Jigsaw. The Punisher sta già lucidando i fucili.

VOTO: 7


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