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Holy Smoke – Fuoco sacro

Holy Smoke – Fuoco sacro

Per liberare la giovane Ruth (Kate Winslet) dalle influenze di un guru indiano, la famiglia assolda il macho deprogrammatore PJ (Harvey Keitel) per convincerla ad abbandonare queste credenze, attraverso un controlavaggio del cervello lungo tre giorni. Il programma però non va esattamente come previsto.

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Ci sono film che, per loro natura, sono dei cult mancati. Non necessariamente degli scult per questo, ma più destinati ad un calderone di cose abbastanza dimenticate.

Uno di questi titoli, del 1999, è Holy Smoke! (uscito in Italia con il titolo Holy Smoke – Fuoco Sacro) di Jane Campion. Film a suo modo “di transizione” per la regista, ma che non lascia certo indifferenti.

Forte del successo di pubblico e critica ottenuto con Lezioni di piano (Palma d’Oro a Cannes 1994 e Premio Oscar miglior sceneggiatura) e da un altro capolavoro come Ritratto di Signora (1996), Jane Campion è ormai una regista affermata e riconosciuta, che non smette mai di indagare sul limite della rappresentazione del reale, nell’accezione più alta della riflessione sugli affetti nei rapporti, i valori dei sentimenti e del rapporto uomo-natura. Il piglio antropologico non è mai mancato (come per tanti film provenienti dall’Oceania) e la regista neozelandese è una delle esponenti più interessanti di quest’idea di cinema, che fonde esoterismo, dramma, femminismo e visione plurale e sfaccettata. Cinema che si fa iperrealista e a tratti grottesco (come nei film iniziali Sweetie e Un angelo alla mia tavola) per poi passare all’elegia romantica, fino alla dissacrazione del reale e delle sue mille facce, del mondo contemporaneo in particolare.

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Questo nuovo percorso è iniziato appunto con Holy Smoke, che è proprio quel film di passaggio tra uno stile e un altro, dove non si perdono i punti fermi e forti della poetica di Jane Campion: l’identità e la forza femminile che sopravvive agli eventi e l’incontro tra mondi e diverse visioni del mondo. Passaggio di stile perché la regista avrebbe intrapreso un percorso, quello da In the Cut in avanti, che l’avrebbe portata a raccontare più la stratificazione del reale contemporaneo, sempre attraverso protagoniste femminili immerse in mondi ostili se non proprio agghiaccianti, per arrivare così a realizzare le due brevi stagioni della bella serie Top of the Lake, che in Italia non ha avuto particolare seguito.

Definirli film femministi è in parte riduttivo, come ridurli ad un genere che non esiste. La regista mette sì una donna al centro di tutti i suoi film (e presenta un mondo nel quale quella parte di universo è decisamente in difficoltà tra dinamiche propriamente maschili), ma le vie di fuga alla ricerca di amore e serenità e l’apertura verso possibili finali aperti e ottimisti lascia indicare che la vera matrice e forza vitale del cinema di Jane Campion sia essa stessa l’umanesimo, qui nella sua sfumatura femminile, raccontata per immagini sempre sfaccettate e senza nessun tipo di retorica o ricatto. Contenuti per i quali andrebbe presa in considerazione come “grande regista”, non come “una grande regista donna”, che è proprio un marchio detestabile.

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Detto questo, si può giustamente considerarlo cinema femminista, di certo uno dei pochi così potenti e multiforme, dai vari piani, come lo stesso Lezioni di piano, che trasformò in icona sexy l’insospettabile Harvey Keitel (della serie: quando gli uomini registi cercano di far diventare erotico qualche attore maschio, dovrebbero chiedere magari consiglio), che qui ritorna per un ruolo diverso ma analogo.

Holy Smoke è un film ciccato, a suo modo, ma talmente bizzarro e ricco di cose che risulta molto interessante. Il sacro e il profano, la setta religiosa in India e le villette a schiera inquietanti dell’Australia: due diverse facce di un mondo che ha perso una bussola di riferimento per dare un senso alla cose.

Veniamo catapultati nei trip lisergici-mistici di Ruth come succede anche nel mondo desolante e straniante della famiglia della protagonista, tra gli assurdi personaggi di genitori, fratelli e famigliari vari. Materassi ad acqua, squallidi party notturni, stupidità dei vari personaggi e canguri che attraversano la strada: tutti elementi al confine tra il cinema sgradevole dei primi lavori della regista e certe situazioni spiazzanti tipiche dei Fratelli Coen, se non addirittura di David Lynch (la colonna sonora di questo film è di Angelo Badalamenti, per altro).

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Kate Winslet (stupenda, e molto brava, come sempre) viene trascinata in una casa sperduta nel nulla perché le venga effettuato questo trattamento di convincimento, sorta di esorcismo psicologico a step, compiuto dall’esperto JD (Keitel), simbolo del maschio virile e sicuro di sé che cita Socrate e il Vangelo per dare forza alla sua operazione di controlavaggio del cervello. La situazione si ribalta, e le certezze vengono meno, spostando così la questione su un’attrazione irreversibile per entrambi. La fine di un macho e del suo atteggiamento, che soccombe alla forza della natura di Ruth, primordiale quanto irresistibile: lei giovane e lui vecchio, lei dura e sola, lui che ci rimane sotto. Mentre il percorso psicologico di lei va a svuotarla visceralmente, rimanendo così come intrappolata dalla mente di lui, e così anche dal suo amore. Materiale ad alta combustione, carico, eccessivo ed estremo, ma senza mai schiacciare troppo il pedale, o perdersi in cadute libere (anche quando Kate Winslet, completamente nuda, arriva a pisciarsi addosso davanti a lui).

Un vero percorso di introspezione narrato con uno stile che non sempre convince, quando i piani drammatici non si sposano perfettamente con le immagini oniriche da trip (più ironiche e demistificanti), e la mancanza di un’anima generale si sente (a differenza dei film precedenti, che di anima ne avevano da vendere).

Rimane impresso Keitel distrutto, con indosso un lungo abito femminile rosso, ma l’immagine non si erige a quota di icona cult come magari avrebbe potuto. Rimane, con anche altre immagini del film, parte di un affresco colorato e provocante. Un esperimento bislacco e fallimentare, ma da vedere anche solo per questa strana coppia.

Holy Smoke, 1999, Jane Campion


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