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The Square

The Square

Un tempo sede della monarchia svedese, il Palazzo Reale di Stoccolma ora è un museo d’arte contemporanea. Il direttore Christian (Claes Bang) si ritrova a gestire un groviglio di eventi che comprende avventate scelte pubblicitarie per una nuova installazione, il furto del telefono e del portafogli, una storia di sesso con una giornalista (Elisabeth Moss) e dilemmi etici. Il tutto getta la sua vita quotidiana nel caos.

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E’ sulle note elettroniche dei Justice che veniamo catapultati nel mondo frammentario di The Square, l’ultimo film Palma d’Oro a Cannes 2017, scritto e diretto da Ruben Östlund, già regista di Play e Forza Maggiore. Sorta di saggio più che vero cinema, The Square è senza dubbio l’operazione più ambiziosa che il regista svedese ha portato avanti finora. Östlund ha unito le tematiche dei precedenti film, ovvero l’ipocrisia borghese e la virilità del maschio d’oggi, con quella dell’arte contemporanea, sezionandone gli aspetti, le incoerenze e contraddizioni etiche.

Un corposo calderone di riflessioni (il film dura 142 minuti), argute e intelligenti quanto vacue e già trite. Come se da un Boeing svedese piovessero a raffica piccole e acute cacchine di capra molto ciniche, il film ci bombarda con tante mine che vogliono far piazza pulita delle ipocrisie nelle quali viviamo.

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Una sorta di percorso a episodi, The Square, composto da tante diverse sequenze incastonate da una sceneggiatura volutamente divisa per frammenti, nelle quali il materiale è potenzialmente esplosivo per il tipo di provocazione. Se certe trovate creano disagio (con un’ironia che si tramuta spesso e volonetieri in ansia), altre trasformano i personaggi in macchiette e alla fine si tende più ad apprezzare le parti squisitamente cattive e divertenti rispetto a quelle che vogliono far riflettere lo spettatore su tematiche importanti.

La morale nordica che il film trasuda – e mette in discussione – non perdona l’irriverenza e la mancanza di rispetto verso il prossimo. Come per auto-analizzarsi e prendersi in giro, Östlund procede per una strategia interessante ma allo stesso tempo racchiusa nei suoi limiti (e in quelli che certe domande ancora pongono: quali direttive morali ci dà il mondo di oggi, ancor prima che quello della società svedese?). Le differenze sociali, i pregiudizi, gli uomini che si rivelano stupidi o incoscienti: tutte parti di un discorso che si trascina per tanto, troppo tempo, finendo per pagare lo scotto di non avere una trama così potente a sostenerlo.

I salotti e la decadenza de La grande bellezza di Sorrentino e una vera scimmia (citazione di quella di Ciao Maschio di Marco Ferreri?) incrociano le riflessioni sulla fiducia verso il prossimo, sulle nostre scelte e sulla nostra inadeguatezza. Statue decapitate per sbaglio; senzatetto onnipresenti nell’indifferenza generale; palazzi un tempo reali ora divenuti patinati musei con opere concettuali e tristi feste; un uomo che impersona una scimmia creando sudori freddi e disagio tra gli agghindati spettatori; un cuoco che esige di essere ascoltato prima della calca verso un ricco buffet. Tutti pezzi di un mosaico freddo e spietato sui problemi e i limiti della nostra società occidentale di oggi. Un film sardonico e a tratti grottesco quanto incoerente e sfilacciato, con episodi che sembrano uniti da una cucitrice. Una sonora raffica arguta e senza pietà, che però odora più di furbata, nonostante i veri contenuti concettuali dietro alle immagini.

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Il bombardamento intellettuale, come del resto già in Forza Maggiore, è glaciale e impassibile, senza vero e radicale stravolgimento dello status quo, ma piuttosto con un timido spirito ribelle che distrugge ben poco rispetto a quanto promette. Ma se in Forza Maggiore la compattezza della vicenda era funzionale e spiazzante, qui la “scommessa” è persa per la moltitudine di riflessioni eterogenee che vorrebbero travolgere lo spettatore, ma che all’uscita dalla sala si dimenticano presto. Rimangono impresse delle immagini forti e sketches di comicità nera, sostenute da un cinismo di maniera che diventa collante di tutto. Un cinema stitico ma molto intelligente e furbo, fin troppo, che finisce per auto compiacersi e attorcigliarsi su se stesso, in una spirale masturbatoria allo stesso tempo auto indulgente e pietistica, caratteristiche ben riassunte dalla confessione in video del personaggio di Christian.

The Square lascia sicuramente qualcosa di sè, un qualcosa non banale e bizzarro che di certo avrà impressionato la Giuria di Cannes, che ha voluto dare una svolta dopo le ultime Palme umane di Dheepan e Io, Daniel Blake. Più che lasciare un segno indelebile, il film svedese diventa però uno sfogo saccente ma anche insicuro, compiuto da una tazza del cesso di qualche bell’appartamento asettico, dove si leggono libri di Todorov e di estetica tra una seduta e l’altra. Sfogo che, confrontato con la potenza di certo cinema veramente sovversivo del passato, diventa un pallido urlo tra casse Bose che sparano Genesis dei Justice a tutto volume.

VOTO: 6,5


  1. Francesco

    20 novembre

    Non c’hai capito una sega di’ la verità

    • Il Bardo

      21 novembre

      Ho capito quello che ho scritto. Tu cosa ci hai capito?

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