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Il cortometraggio di Kristen Stewart è brutto

Il cortometraggio di Kristen Stewart è brutto

Tra un film con Olivier Assayas, una sfilata di moda per Chanel e un party a Los Angeles con Stella Maxwell, Kristen Stewart ha girato un cortometraggio. Si chiama Come Swim, è stato presentato al Sundance e a Cannes, può vantare le musiche di St. Vincent e per realizzarlo è stata utilizzata una tecnica d’avanguardia (lo stile neurale, cit.) finita al centro di una ricerca della Cornell University. Il film è stato distribuito durante il weekend su youtube.

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Caratterizzato da uno stile sperimentalone e arty, Come Swim racconta la storia di un ragazzo in qualche modo ossessionato dall’acqua. All’inizio vediamo una grande onda in stile Interstellar frangersi al rallentatore mentre il protagonista sprofonda nel mare. Delle voci registrate a tema H20 fanno da sfondo, insieme alle distorsioni elettroniche di St. Vincent.  Successivamente seguiamo il ragazzo agonizzare in camera da letto dopo aver rovesciato un bicchiere. Cambio di location. Il giovane guida l’automobile in mezzo ad una tempesta tropicale e continua ad avere una sete atavica nonostante trangugi una bottiglietta dietro l’altra. Il viaggio finisce in un deserto e il ragazzo è diventato una specie di zombie/grande ustionato che striscia cercando dell’acqua. Era tutto un sogno? Può darsi. Ora il nostro è in ufficio sull’orlo di una crisi di nervi. Il film si conclude con il ragazzo che trova la pace lanciandosi finalmente in mare e galleggiando sereno.

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Cosa è possibile ricavare di utile per la nostra esistenza dal cortometraggio di Kristen Stewart? Non moltissimo. Lo stile adottato dall’attrice è quello dell’installazione di arte contemporanea manierata e astratta, che parla un linguaggio simbolico poco comprensibile se non si legge la targhetta didascalica affianco. O se non si ascolta l’artista spiegarti per filo e per segno cosa voleva esprimere. Prendiamo le parole di Kristen. Al Festival di Cannes l’attrice/regista ha affermato di aver girato Come Swim per esternalizzare un sentimento che aveva dentro da tempo. In sua difesa, si può dire che nel corto c’è una certa tensione inesplosa, qualcosa di nervoso che cerca di emergere ma non ce la fa. La stessa sete insaziabile del protagonista può essere vista come una metafora dell’insoddisfazione congenita che caratterizza l’esistenza delle persone. La parte in cui il ragazzo diventa un mostro cronenberghiano è invece completamente da buttare nel gabinetto. Alcune singole sequenze della pioggia e del mare sono salvabili.

La sensazione generale, ad ogni modo, è di essere davanti a qualcosa di estremamente pretenzioso e clamorosamente inutile. Qualcosa che non va oltre il trastullo/capriccio artistoide di un’attrice miliardaria. Era abbastanza prevedibile. Paragonabile a Lost River (2014), esordio kamikaze di Ryan Gosling dietro la cinepresa.

Kristen Stewart rimane comunque la nostra attrice preferita.

VOTO: 4.5

 


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