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Stranger Things – Stagione 2

Stranger Things – Stagione 2

Il Demogorgone è morto, il Demogorgone è vivo!” (Francesco De Gregori, Pablo, parafrasta)

Ormai si fa fatica ad usare l’espressione “si è conclusa” parlando di una serie Netflix. Nella nuova realtà del colosso streaming abbiamo tutto e subito, e non fa differenza se tu sei grande o piccolo, disoccupato o impegnatissimo, ricco o povero: la metodologia della maratona chiama, lo spettatore non resiste e si va a gran velocità.

A ritmi serrati va anche la seconda stagione di Stranger Things, iniziata e conclusa dagli spettatori mondiali in un tempo medio che va da un paio di giorni a un paio di settimane. E’ un viluppo di emozioni e sentimenti contrastanti quello che lo spettatore prova in questa specie di sauna bulimica, sorta di oasi protettiva e orgasmica dove “è tutto lì e basta che lo prendi“. E lo stesso elevato numero di sensazioni arrivano dalla visione dei nove nuovi episodi della serie creata dai Duffer Brothers, neo creatura bicefala sforna soldi, celebrità infantili e immaginario da merchandising. Ma ancor di più, mito. Perché quello che fa di Stranger Things qualcosa che va oltre le serie, è il Mito, potere di ancestrale memoria che erige i personaggi a entità superiori, indissolubili dal loro ruolo.

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Guardando Stranger Things  non si riesce nemmeno a fagocitare con calma quello che avviene nella storia con le sue diverse sfumature che tutto si  è già trasformato in un piccolo classico, facce dei giovani protagonisti compresi, ormai eletti all’Olimpo dell’universo post-Disney di nuovi piccoli fenomeni da palcoscenico e da schermi mondiali.

Gli ascolti sono forti, molto. Si parla di quasi sedici milioni di persone che hanno seguito la prima puntata della seconda stagione, che è andata via via in calando, tra chi abbandona e chi deve ancora finire di vederla. I numeri superano la prima stagione e si accostano alla media di altre serie seguitissime di Netflix. Risultati abbastanza da capogiro, contando pirateria e concorrenza televisiva che, nonostante quello che si può percepire, continua a essere il primario strumento di visione.

I numeri diventano minuscoli se si pensa a cosa facevano serie differenti come Friends, per non parlare di Twin Peaks, che alla loro uscita mandarono in tilt gli ascolti americani (e nel caso di Friends in crescita esponenziale), o al confronto di enormi produzioni recenti che hanno lanciato i vari Harry Potter, e molto prima l’effetto Macaulay Culkin. Visi, questi ultimi, conosciuti da qualche miliardo di persone. Questo comunque non impedisce ai “piccoli” di Stranger Things di diventare già ora delle piccole stelle dell’intrattenimento USA: rap, balli, sketch comici e pubblicità varie. Dei vip anche loro, che crescono, come crescono i loro personaggi. Quelli “grandi”, che li osservano, siamo noi, sono gli spettatori, che più che crescere, si vogliono fermare appostati nel diorama malinconico e ricattatorio della nostalgia, rafforzata ancor di più se è di epoche che non hanno mai vissuto.

Se si entra nel merito della crescita dei ragazzini all’interno della serie, essa va di pari passo con quella della drammaticità e del tasso di inquietudine. Sono le principali caratteristiche “nuove” di una serie che era partita con il fascino per il mistero orrorifico (a suo modo riuscito e affascinante) e che teneva incollati gli spettatori a qualcosa di terribilmente furbo, ma realizzato sempre molto bene. Anche la seconda stagione prosegue sulla stessa linea, ma qui di creativo c’è ben poco. Parlare di involucro vuoto è essere un po’ troppo severi, della serie “è intrattenimento, cosa vuoi pretendere, fa il suo lavoro.” Ma l’effetto sorpresa è di per sé annullato dal piccolo dettaglio che tu, spettatore, sai già tutto di quel mondo, di quello che era successo e di cosa potrebbe ancora succedere. E quindi, cosa puoi aspettarti? Semplicemente di rivivere quei brividi da attesa su cosa di inquietante ancora accadrà. E ciò, di maniera, accade. Sfortunatamente è tutto filtrato da un velo patinato eighties che va come a coprire l’intera storia di questa stagione, ancor più che nella simpatica e appunto, fresca, prima stagione.

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Le citazioni (canzoni, oggetti, rimandi, immagini), punto cardine di una sceneggiatura che ha per algoritmo centrale la formula del “recuperiamo più cose possibili”, sono ormai di casa, come per auto erigersi a fenomeno nerdy-cult. E’ come se per strizzare l’occhio ai più e darsi dei – giusti – punti di riferimento, dichiarati, si fosse andati incontro a una frammentazione di rimandi a più non posso, che quando vanno bene sono sterili e vuoti (i Ghostbusters su tutti, con l’eccezione della trovata della ghost trap, funzionale) e che quando va male possono ricordare certi peggiori live dei Dream Theater che suonano Pink Floyd, Metallica e Genesis nello stesso brano.

Si contano la locandina dello Squalo di Spielberg, il pupazzo di E.T. (proprio speculare a quello di Yoda nel film E.T., in una rincorsa di rimandi e citazioni che si passano la consegna anche senza mai veramente essere testamentari ed eredi), i binari della ferrovia di Stand By Me, i cancelli e le porte da aprire e chiudere di Jurassic Park, i lanciafiamme di Aliens  e degli agguati stile alieni come nel film (che come da quasi regola, dal secondo capitolo aumentano), misto ai velociraptor e le maschera con le facce stile Brazil, oppure L’Esorcista con il piccolo Will, passando per i non palesemente citati universi di X Men o della serie-fail Heroes e Eleven versione giocattolo-punk che può rimandare ad Anakin tentato dal lato oscuro in Star Wars.

Le canzoni scelte sono dei banali da manuale, tra i Clash, Runaways e le canzoni d’amore anni ottanta per eccellenza, come se di “Every Breathe You Take” dei Police non potessimo proprio fare a meno, sorta di altra “Hallelujah” dei telefilm americani. Si salvano i Tangerine Dream d’annata, tirati fuori dal dimenticatoio, e un sempre azzeccato e furbo Philip Glass che dà quel tono epico.

In positivo: le ultime puntate (dove tutto è condensato, quando prima si era perso un po’ di tempo in vezzi da furbetti del quartierino), le vene più horror, Dustin e il suo modo di bucare lo schermo ogni volta che è inquadrato, la svolta più simpatica di Nancy, il rapporto tra Eleven e Hopper (molto umano e sincero lui e fondamentalmente molto belli insieme), i due nuovi personaggi dei fratelli e l’ambigua presunta attrazione di Billy per Steve (previsione per il futuro: il metallaro stronzo che si redime e poi si scopre esser gay) e la grande idea del codice Morse che usa Will per comunicare, vero punto di originalità dentro ad una marea di deja-vu.

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Nancy rifiorita e felice dopo la notte con l’emaciato Jonathan.

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L’inquietante sorellina di Lucas, altro che Mind Flayer.

Tutto questo viene però filtrato da un montaggio e da una velocità che non consentono allo spettatore di immagazzinare realmente un’emozione, un sentimento, catapultandolo un secondo dopo in un’altra dimensione, un’altra atmosfera, che resetta quella appena vissuta, finendo così nel vortice da droga istantanea che esaurisce un secondo dopo l’effetto. E’ uno schema di bilanciamento tra una puntata e l’altra, così che l’unico momento veramente toccante – come possono essere l’incontro con l’altra ragazza “speciale”, Eleven e Hopper in macchina mentre si chiariscono, o la scomparsa di qualcuno – diventa l’ennesima pillola da somministrarti in un crogiolo di vari toni, non proprio assemblati.

E questo è l’altro problema fondamentale di questa stagione: tutto è a manetta, e seguiamo ciò che accade non perché ci sia del mistero vero, come nella prima stagione, ma perché c’è della soap da teen-drama che tiene lì, sperando nel prossimo bacio di qualche personaggio.

Stranger Things rimane comunque un grande prodotto di intrattenimento, costruito e girato molto bene, che ai veri appassionati di certi film di genere dovrebbe più far storcere il naso che altro, ma che riesce nell’impresa di mettere alla fine tutti d’accordo, compresi cinefili e spettatori di passaggio.

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Con la seconda stagione ST ha dato il via ad un discorso che non finirà di certo presto, e tutto passa dai giovani protagonisti, dal loro percorso, e da quello che dovranno affrontare ancora da qui in avanti. La paura, come nella crescita, si ripropone in diverse forme. E così i mostri tornano con nuovi aspetti e intenzioni. E lo schema è presto fatto: oggi ragazzini, domani adolescenti. I primi amori, la pubertà (territorio che sarà molto delicato da affrontare), le nuove paure e come batterle per sfangarla in questa vitaccia, come si affrontano i mostri dell’Upside-down: tutto è già pronto per il futuro.

Ed è lo schema vincente anche di IT, che però in un avventato paragone vince nei contenuti “umanistici”. Da Stranger Things il film di Muschietti ha preso un certo gusto horror per fotografia ed effetti speciali, l’immaginario ruffiano anni ottanta (biciclette, cappellini; serve una giusta pausa da queste due cose) e le musiche; IT però ha la meglio sul piano dell’amicizia: dove nella serie dei fratelli Duffer è puro regolamento e fedeltà verso legami di gruppo (che saran pur sinceri, ma hanno più l’aria di una cosa temporanea), nel film del pagliaccio cattivo sono di vera sintonia e sostegno, dove le mani strette si sentono di più, come anche i primi amori, e le vere paure.

Si è detto spesso, non si capisce bene perché, “le amicizie degli anni che furono non esistono più“. Forse si intendeva quelle che si vedevano nei film, ma l’impressione è che il gruppo di amiconi di Stranger Things sia tenuto assieme da un collante molto superficiale. Per questi ragazzi nutriamo affetto e vicinanza, ma li vediamo galleggiare nella galassia vintage e teen come patinate barchette di passaggio, mentre il mondo fuori, il vero upside down, è qui, in questo nefasto mondo mediatico di oggi, che neppure la dolcezza di un brevissimo e atteso bacio al ballo di fine anno – immagine che ci hanno fatto sempre invidiare – riuscirà ad ammorbidire per abbastanza tempo.

VOTO: 6,5


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