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Suburra – La Serie

Suburra – La Serie

Sono anni d’oro questi per i prodotti crime all’italiana.
Dopo il successone di Gomorra e Romanzo Criminale, sbarca su Netflix Suburra, spin-off dell’omonimo film del 2015 diretto da Stefano Sollima.

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Prima serie italiana in assoluto prodotta dal colosso americano, in Suburra ci confrontiamo con il figlio minore del clan Adami, Aureliano (ante Numero 8, interpretato da Alessandro Borghi), con Alberto Spadino Anacleti (un Giacomo Ferrara in overacting pesante), rampollo del clan sinti avversario, con Gabriele Marchilli (Eduardo Valdarnini), figlio di uno sbirro che si ritrova a fare affari con la malavita e con Sara Monaschi (interpretata da una sempreverde Claudia Gerini), revisore dei conti in Vaticano.

Sullo sfondo di una Roma impietosa e abbruttita, le loro storie di crimine e malavita all’amatriciana si intrecciano con quelle di altri personaggi, alcuni dei quali presenti anche nel film originale (come Samurai, inizialmente interpretato da Amendola ma che ora passa il testimone a Francesco Acquaroli).

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Ciò che ci ritroviamo di fronte è un calderone di presenze che, almeno nelle prime due puntate (dirette da Michele Placido), fatica ad ingranare. Le diverse vicende sono introdotte in modo abbastanza grossolano e soprattutto non tale da giustificare la violenza gratuita, condita da battute fastidiosamente gangster, che da subito si palesa.
Negli episodi successivi, diretti da Molaioli e Capotondi, viene corretto il tiro: la serie si protende verso l’interno, e i grandi burattinai che stanno dietro a tutto (Lo Stato, la Mafia e la Chiesa) vengono lentamente allo scoperto guidando i protagonisti verso la disfatta.

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Il giudizio su Suburra, nonostante tutto, nel complesso è positivo, forse anche grazie al modo in cui sfrutta l’ascesa e l’hype di un genere, il crime tv de’ noantri, che dopo anni di muto silenzio si è riproposto partendo da prodotti per il cinema come Romanzo Criminale, ma guardando anche a modelli più “alti” come  Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana, relativo all’attentato di Piazza Fontana.

Pragmaticamente, il rischio che corre una serie come questa è quello di attraccare nell’arido deserto del già visto, e di diventare uno dei prodotti di troppo e senza niente di nuovo da dire in un genere che dato il ritrovato boom, sembra aver fiutato la possibilità economica di un guadagno facile in termini di ascolti, limitando la ricerca autoriale a scene che colpiscono solo in superficie. Ma in fondo, forse, la filosofia alla base del Netflix and chill è proprio questa.

Vi lasciamo con la sigla cantata dal Piotta, che ci sta sempre bene.

VOTO: 6


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