Good Time

New York City. Tutto in una notte. Connie (Pattinson) e il fratello ritardato Nick (Safdie) rapinano una banca ma il loro livello di skills è più vicino a Paperoga che a Ocean’s eleven. Vengono beccati. Connie riesce a scappare, Nick finisce contro una vetrata e poi viene bevuto dagli sbirri. Connie non si dà per vinto e decide che deve assolutamente tirare fuori il fratello dalla prigione. Avendo saputo che questo è stato massacrato di botte dai carcerati e trasferito in ospedale, improvvisa un’incursione per portarlo via. Chiaramente niente andrà come previsto. Sarà una lunga notte.

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Il cinema americano non riesce proprio più a ricreare le atmosfere della New Hollywood. I fratelli Safdie (esplosi nel 2014 con il caligariano Heaven knows what) s’impegnano, ci provano, hanno un Robert Pattinson clamoroso, riescono anche a mettere insieme qualcosa di piacevolmente indie/adrenalinico da guardare per un’ora e mezza, ma la vitalità del cinema americano anni ’70 rimane un miraggio.

Vi ricordate quelle sequenze che non finivano mai, lunghe, lunghissime, eterne, sequenze come quelle che aprono Il Maratoneta di Schlesinger o Una moglie di Cassevetes, o la rissa nel pub di Mean Streets, o l’intro de Lo spaventapasseri di Schatzberg, o una delle scene da 20 minuti di quel capolavoro che è La conversazione di Coppola? Ce ne sono a centinaia. Durante la New Hollywood funzionava così. Volevi filmare un inseguimento di 18 minuti? Lo facevi. Volevi far durare 20 minuti una cena in casa? Lo facevi. D’altronde la vita, quella vera, proprio non ce la fa a farsi inquadrare dentro i tempi dei film classici. Ed è proprio a quel cinema che Good Time dei fratelli Safdie guarda, a quel cinema americano sporco e graffiante degli anni 70 che portava finalmente gli ultimi al centro dello schermo. Good Time è un’unica, lunga scena di 100 minuti (a parte un inutile flashback), in cui un disgraziato combatte nei bassifondi della megalopoli moderna. È piacevole guardare Connie, si fa il tifo per lui, si soffre nel seguire le sue donchisciottesche peripezie su e giù tra i dannati di New York, sapendo che finirà tutto in tragedia. E Pattinson, fighetto posh figlio dell’aristocrazia inglese, è clamorosamente credibile nei panni del reietto. A non essere “vero”, però, è lo sguardo dei Safdie brothers, che vorrebbero essere complici e solidali degli ultimi ma si vede lontano chilometri che hanno da sempre vissuto tra un moscow mule e una retrospettiva di cinema d’essai al MoMa.

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Gli abitanti dei bassifondi dell’occidente rappresentati in Good Time sembrano pupazzi di cera di Madame Tussaud. Finti, fake. La vita agra americana che ti graffia e brucia gli occhi come in Midnight Cowboy o Panico a Needle Park è lontana, lontanissima. Al massimo, il film sembra una versione seriosa di Fuori Orario di Martin Scorsese, che non è esattamente un complimento.

P.S. È tutta una metafora del popolo americano bianco, impoverito e white trash che finisce con lo sbattere contro Trump? La comparsa per qualche istante di Pepe the Frog (la rana simbolo dell’alternative right) e il capello platinato di Pattinson lo farebbero pensare. In tal caso, mezzo punto in più (o in meno, se non vi piacciono i metaforoni).

P.P.S. La colonna sonora di OneohtrixPoint Never sembra un disco di OneohtrixPoint Never appiccicato al film con il nastro isolante.

VOTO: 6


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