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The Meyerowitz Stories (New and Selected)

The Meyerowitz Stories (New and Selected)

La famiglia Meyerowitz, tra figli e figliastri, è pronta a riunirsi in occasione di una retrospettiva dedicata al padre-patriarca Harold, scultore che non si è mai imposto artisticamente come avrebbe voluto. Una serie di eventi imprevisti fa riemergere dinamiche famigliari e rancori mai veramente esplorati.

Prodotto da Netflix e presentato al settantesimo Festival di Cannes in competizione ufficiale e osannato da Variety, New York Times e Guardian, l’ultimo film (il decimo, se non si conta il documentario dedicato a Brian De Palma) di Noah Baumbach vuole ambire alla maturità del racconto corale di famiglia, territorio esplorato abbondantemente nel cinema americano contemporaneo e non solo.

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Ed è ciò che appunto sta alla base di quest’ultimo film “a capitoli”, con un vezzo di presentazione che non può che rimandare all’immaginario genealogico e romanzesco nel senso più “da saga” del termine, come potevano essere I Tenenbaum o la famiglia di Correndo con le forbici in mano, passando per Little Miss Sunshine e La famiglia Savage, tutti prodotti, con le dovute differenze di profondità, che ricollegano a loro volta ad un immaginario letterario ispiratore, che ha come faro e punto di partenza lo straordinario “La mia famiglia e altri animali” di Gerald Durrel, arrivando ad oggi con la vena yankee-satirica delle “Correzioni” di Jonathan Franzen, diretta influenza per decine di sceneggiature del cinema USA di oggi.

Il fallimento, la rivalsa generazionale e famigliare, i rancori e il disprezzo reciproco, l’invidia sociale e gerarchica: tutti temi che accompagnano i film di Baumbach e di altri suoi colleghi, sorta di graffittari (più che pittori) delle famiglie disfunzionali di oggi (termine che fa sempre la sua porca figura nelle recensioni che trattano di film indie).

Il newyorchesissimo regista, amico di Wes Anderson (con il quale ha scritto sia Le avventure acquatiche di Steve Zissou che Fantastic Mr. Fox) e cantore della borghesia intellettuale americana del duemila – come anche dei suoi aspiranti tali giovani protagonisti – è stato spesso associato a Woody Allen per tematiche, ambientazioni, dialoghi e spirito comico sarcastico e tagliente. In quest’ultimo film l’associazione che viene in mente in maniera più forte è Harry a pezzi e la sua frammentarietà di montaggio, con scene tagliate all’improvviso. Ma la riflessione che viene spontanea è che Baumbach non fa film “alla Woody Allen” (cosa per altro sulla carta anche apprezzabile come tentativo), ma fa piuttosto film “alla Baumbach”. E il film è sempre lo stesso, ripetuto all’infinito.

E’ come se i miti classici americani del riscatto, della seconda chance, vengano come tenuti in incubazione per un po’, passando così al gradino successivo, trattando così le difficoltà che derivano dal possedere o non possedere una particolare dote. Più che fallimenti questi personaggi sono intellettuali “in crescita”, che rimangono dispersi nel grande mare delle opportunità, altra faccia di una provincia americana – o isola borghese di città – che è in bilico tra patinati vernissage e faticosi rapporti e crisi personali in quella più generale che deriva dal passare del tempo.

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I personaggi di Baumbach, come quelli di altri film prima citati, sono tutti specchio di un’America amara composta da losers che “ce l’hanno fatta a metà”, tra tessuti narrativi che si rincorrono e si imitano a vicenda, figli di una patente di originalità che adesso è sempre più difficile da insignire, via via, nei vari film. Quello che ne esce è, citando il teorico del cinema indipendente Geoff King, che ciascuno ha “il suo personale equilibrio tra tendenze centrifughe e centripete, fatto di diversità nelle componenti narrative e accorgimenti di componenti tematiche” (Wow); dove il baricentro è diviso per una moltitudine di protagonisti, il quadro d’insieme diventa davvero complesso e, a suo modo, nevrotico, che non ha più niente a che vedere con “l’obliquità narrativa che fa parte dell’estetica minimalista” (Wow #2) descritta da King. In questo modo la poetica del “non far succedere niente” viene sostituita dal “far succedere tutto”, perdendo la forza della freschezza minimalista di molti film indie ormai datati.

A parte i pistolotti teorici, se si entra nel merito di questi personaggi di Baumbach, è evidente come la disfunzionalità sia presente in ogni dove, e diventi come di maniera per ogni ruolo.

Il quarantenne regista in crisi di mezza età in contrasto con il giovane hipster Adam Driver-Kylo Ren (Giovani si diventa); la ragazza bionda simpatica-bella ma non troppo che tenta di sfondare e corre per le strade in bianco e nero di New York con in sottofondo David Bowie a palla (Frances Ha); il padre scrittore fallito che chiama filistei i “non adepti” alla cultura e impartisce lezioni morali durante il suo divorzio, abitando case sempre più belle in quartieri carissimi tra Brooklyn e il Village (Il calamaro e la balena); i drammi nevrotici di un matrimonio “riunione di famiglia” (Il matrimonio di mia sorella); il caso umano che ha la faccia di Ben Stiller capellone (Lo stravagante mondo di Greenberg), la scanzonata “commedia intelligente” tra girls di oggi che vogliono sfondare nella grande mela (Mistress America).

Tutti pezzi di un grande puzzle che forma una grande faccia: quella di Adam Sandler in quest’ultimo The Meyerowitz Stories, sorta di summa del cinema di Baumbach, suo film più ambizioso ma anche più grande buco nell’acqua. Perché il personaggio di Sandler – bravissimo, invecchiato e depressivo – incarna in un certo senso tutte le sfaccettature dei personaggi del regista, i limiti e la ripetitività di temi e situazioni.

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L’impressione è davvero quella di aver già visto questo film, queste situazioni, lo sguardo cinico e anche arguto sul mondo artistico newyorchese, tra mostre, fallimentari incontri e incomunicabilità tra padri egoisti e astiosi figli soli. Ogni situazione si evolve in un dramma, la barba yiddish di Dustin Hoffman e le scene buffe strappano qualche risata, ma subito dopo si torna ad una parvenza di dramma che non va mai oltre la superficie, come bloccato dal “non voglio esagerare” e il tutto si risolve con un sorriso.

Di certo una visione a tratti splendida (la sottotrama dedicata alla figlia di Sandler – Grace Van Patten, alla quale è dedicato il “capitolo” più speranzoso con le sue storie sentimentali e i suoi divertenti film erotico-trash – è tra le cose migliori del film), per molti versi auto-compiaciuta ma pur sempre intelligente, quando non propriamente onanistica. Alla fine, però, The Meyerowitz Stories lascia in bocca un retrogusto troppo poco amaro per un film che vorrebbe restarti dentro con forza, e si fa così dimenticare molto in fretta. Insomma, nonostante tutto non moriremo indiecristiani.

VOTO: 6,5


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