Blade Runner 2049

Più passano i giorni e più Blade Runner 2049 cala. Cala, scende, s’affievolisce, s’ammoscia nei miei ricordi, non diventa un brutto film, quello no, ma le luci e gli scenari mozzafiato scivolano via, insieme all’impressione di aver visto qualcosa di grande. Se c’è una cosa che più mi ha colpito dei giorni che sono seguiti alla visione, è quanto il film di Denis Villeneuve sia scomparso dai miei pensieri. Quante volte ho ripensato a Blade Runner 2049 in cinque giorni? Siamo prossimi allo zero. Manca quella sensazione magica che si prova dopo aver assistito a una grande opera – quando la tua mente torna da sola al film, come se questo si fosse depositato dentro di noi e continuasse a crescere e brillare. No. Blade Runner 2049 è assente.

Ma perché questa sensazione di vuoto? Durante le due ore e 40 minuti non mi sono mai annoiato, non ho sbuffato, non ho guardato l’orologio. Il film è però passato davanti ai miei occhi con le sue luci, le sue panoramiche e i suoi neon come una grossa astronave, per poi sparire. Già, perché  – come si suol dire – non mi è rimasto nulla del film?

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Blade Runner 2049 è un bellissimo scatolone vuoto. Come in Prometheus, altro colosso scottiano finito nel gorgo dei franchise, siamo di fronte ad un lavoro sopraffino sull’estetica, sulla scenografia e sulla regia al quale viene appiccicata un guazzabuglio di plot, con tanto di finale tronco per sperare nell’ennesimo sequel. Villeneuve s’impegna a fondo nella creazione di un universo visivo folgorante, fatto di luci, pioggia, neon, megastrutture annegate nell’oscurità, baraccopoli e ologrammi sull’orlo del glitch. Un universo che è il degno erede (benché ripulito e più fighetto) del cyberpunk sporco e poetico del film originale del 1982. Dentro questo mondo che è un regalo agli occhi di ogni cinefilo (con cascate di citazioni del film originale, di Hardware, di Drive, di Un sogno lungo un giorno, ma anche de La donna che canta di Villeneuve stesso) prende vita un racconto farraginoso, spinto a forza dentro sequenze quasi non comunicanti tra loro.

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Poche volte come con Blade Runner 2049 ho avuto la sensazione di essere davanti a un film in cui le singole macro-scene siano state concepite prima della storia. Un paio di esempi: Villeneuve s’inventa una scazzottata in una sala defunta di Las Vegas, con un ologramma di Elvis che compare ad intermittenza insieme alla musica, i protagonisti ridotti a due ombre e la fotografia di Roger Deakins che fa brillare le colonne di polvere. Gran figata. Neanche Sorrentino in This must be the place 2 ci riuscirebbe. Dentro questo gioiello, però, abbiamo Gosling e Ford che si prendono a sberle per un po’, per poi decidere di andare a farsi un whiskey senza giustificazioni. Oppure, ecco l’idea di un rapporto sessuale tra due replicanti e mezzo, con un ologramma di un’androide che si sovrappone al corpo vero di un’altra androide, creando un effetto psichedelico in stile maschera di A Scanner Darkly (altra citazione, Linklater + Philip K. Dick). Bello, molto bello. Ma è plausibile che in un futuro in cui i replicanti sono ormai esseri umani (possono mettere al mondo dei bambini, a quanto pare) Gosling sia fidanzato con un ologramma che non può neanche toccare? Si tratta di una forma perversa di tortura psicologica per segare i nervi del povero K o semplicemente di una sceneggiatura approssimativa, incollata con lo scotch a sequenze concepite prima della trama? E Jared Leto, para-guru villain che monologa come Steve Jobs, tagliato via dal racconto come se non fosse mai esistito?

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Un sogno lungo un giorno di FF Coppola, citato da Villeneuve.

No, Blade Runner 2049 non è un brutto film. Con la sua possanza e le sue luci può anche abbagliare, lasciare incantati e tramortiti. Ed è anche bello vedere Hollywood ritornare a pompare soldi per creare qualcosa che va oltre la Cola Cola, i popcorn e Iron-Man. No, il film di Villeneuve non è tragicomico come Prometheus, ma è un giocattolone decorativo, vagamente anaffettivo, meno intelligente di quello che sembra. Naturale, così, che scompaia dalla testa poche ore dopo averlo guardato. Film grosso, ma non grande.

VOTO: 6.5


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