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Leatherface

Leatherface

Ne sono passati di anni da quando, nel lontano 1974, Tobe Hooper sconvolse la “maniera” dell’horror con The Texas Chainsaw Massacre. Un film indimenticabile e indimenticato, che ha come unico neo quello di aver fatto da apripista a brutti remake, fino all’ultimo arrivato, Leatherface, prequel che ci racconta l’origine del celebre killer dalla motosega. L’attenzione questa volta, però, era leggermente superiore rispetto ai precedenti sequel, perchè in regia ci sono Bustillo e Maury, già noti al genere per aver diretto e sceneggiato un filmone del calibro di Inside (A l’interieur). Grandi aspettative, insomma.

Ma si sa, l’aspettativa è la tomba della felicità.

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Leatherface si apre con il compleanno di Jed, il piccolo della famiglia Sawyer, che riceve in regalo la sua prima motosega, da utilizzare subito sul vicino di casa accusato di furto; ma il giovane, non ancora pienamente inserito nella dinamica disfunzionale famigliare, rifiuta l’offerta e scappa. Dalla prima entrata in scena del piccolo Leatherface ci è già chiaro che l’intento degli autori è quello di spiegare perché Jed sarebbe diventato un uomo il cui diletto è quello di indossare maschere di pelle umana e tagliare la gente a metà; ma non era già chiaro che avere una famiglia che ti incita all’omicidio, al cannibalismo e all’incesto non è esattamente un terreno fertile per il fiorire della sanità mentale?

Proseguendo, il film costruisce il background educativo e sociale del nostro protagonista, descrivendo la povertà morale ed emozionale che quel ragazzo (ormai cresciuto dopo essere stato tolto per ovvie ragioni alla sua famiglia e trasferito in un riformatorio), si ritrova a vivere. Unica stella polare nella sua grigia esistenza è la conoscenza di una giovane e bella infermiera, Lizzy (Vanessa Grasse), infarcita di amore e di pietà verso il prossimo, che viene rapita da due ragazzi violenti durante una sommossa all’interno dell’istituto di recupero.

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Da qui il film diventa una sorta di brutta copia edulcorata de La Casa del Diavolo di Rob Zombie, un road movie in cui nessun personaggio è buono ma tutti sono fondamentalmente cinici e malati, con strizzatine d’occhio al piglio cult di uno stanco Rodriguez, tutto battute becere (“Quanto adoro il Texas!” pronunciato da Tammy/Nicole Andrews mentre compie una strage in un diner), sesso impoverito e dettagli di teschi di bufali.

E’ triste vedere come ai personaggi non sia stata data alcuna profondità: non si sa né perché siano lì, né quale sia il loro passato, né vengono spiegati certi loro atteggiamenti o certe loro caratteristiche fisiche. Rimane tutto in una grigia nube in cui l’unica cosa importante è farli agire in modo scellerato, come se non servissero ad altro che a riempire la pellicola di strambe morti e di situazioni grottesche, inserite in modo talmente raffazzonato da risultare quasi comiche.

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La parte centrale è disseminata di citazioni e colpi di gomito agli horror fans, forse per creare dei link, forse per rendere omaggio: fatto sta che anche l’estetica splatter risulta fallace proprio per la pretesa psicologica che gli viene precedentemente data.

Leatherface chiude in crescendo (almeno questo), grazie all’unico vero coup de théâtre: ma la scossa è talmente breve e  telefonata che non può risollevare la triste sorte dell’ottavo film della saga della famiglia più redneck d’America. Peccato.

VOTO: 5

Ele Saltarelli


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