Dunkirk

Dunkirk è un filmone. Inutile fare tanti giri di parole e perdersi in papiri infiniti. Abbiamo perciò deciso di andare per punti, schematizzando la classica recensione (il pippone enorme l’han fatto persino i WuMing, noi ci asteniamo volentieri). Ecco quindi cinque cose belle di Dunkirk (sì) e cinque cose che potevano essere ancora più belle (nì). O del perché il nuovo film di Nolan ci è piaciuto molto ma poteva piacerci ancora di più.

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1. Una sinfonia audiovisiva:

Dopo la logorrea cosmica di Interstellar, Cristopher Nolan ha capito che non deve più scrivere dialoghi: ringraziamo gli astri. Dunkirk è una sinfonia audiovisiva in cui ferro, metallo, ingranaggi, colpi, spari, motori, boati ed esplosioni si sciolgono dentro i rumori  – un po’ Andy Stott un po’ altoforno – di Hans Zimmer. Il futuro è qui.

2. Niente sangue, niente nazisti:

In 1 ora e mezza di battaglia, due cose non compaiono mai: il sangue, i nazisti. I secondi non vengono neanche nominati. Sono semplicemente “Il Nemico“. Un miracolo che traghetta il film in un territorio astratto, quasi metafisico: non è la Seconda guerra mondiale, ma la Guerra con la G maiuscola.

3. La durata:

Mentre Goffredo Fofi combatte il Capitalismo del web facendo clickbaiting per Internazionale.it, Nolan riporta il cinema d’ambizione a una durata civile (106 minuti): un gesto coraggioso contro l’idea che se un film è in grado di coltivare pensieri articolati deve durare almeno 2 ore e 20. Less is more.

4. Il patriottismo (problematizzato):

Sì, Dunkirk è un film patriottico. Ma il tema dell’amore per la propria patria è trattato con profondità e ricchezza di sfumature: il patriottismo può diventare sciovinismo ed egoismo quando “il destino ti preme nelle budella” – Harry Styles; l’assenza di senso di appartenenza può essere contemporaneamente codardia e apertura verso il diverso – Fionn Whitehead. E poi quello sguardo finale del soldato…

5. Lo sguardo finale del soldato:

E proprio quando Nolan ti ha quasi convinto che Dunkirk è uno squillo di tromba patriottardo in onore della sua amata Inghilterra, quando l’arringa finale termina e tu non desideri altro che noleggiare un gozzo e andare a Dunkerque con la maglia del Manchester United, ecco che il regista ti piazza un’immagine finale ambigua, in cui il soldato alza gli occhi dal giornale e ha uno sguardo indefinito, incerto, spaventato. Un secondo di cinema che ribalta tutto il film, un bellissimo elogio del dubbio, un guizzo autoriale magnifico.

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1. Più noise, meno narrazione:

Cristopher, lo sappiamo che tu volevi fare una roba mezza sperimentale con solo suoni, immagini e piani temporali sfalsati che si incrociano e contorcono come serpenti, però alla fine hai un po’ tirato il freno a mano. Hai ceduto e ti sei sentito in dovere di inventare un paio di subplot/storyline classici. Noi avremmo preferito che invece di frenarti fossi andato a tavoletta verso il noise puro: dovevi essere il Karl Heinz Stockhausen dei war movie. Vabbe’, poco male, ci rivediamo alla notte degli Oscar.

2. Cillian Murphy:

Ecco, riprendendo quando detto nel punto 1., la vicenda che vede protagonista il soldato Cillian Murphy sotto shock è l’unica cosa che non mi ha completamente convinto del film. Vagamente fine a se stesso, il capitolo “Il mare” è il solo in cui ogni personaggio ha un passato che viene rivelato (con relative conseguenze). Non essendo però un film che va a scavare negli abissi dell’animo à la Bergman, il sovraccarico di roba sulla piccola imbarcazione (la psicologia, il rimpallo di responsabilità, il Caso, il senso di colpa – è il figlio biondo che chiude Murphy dentro la cabina – , il lutto del padre, il patriottismo) corre il rischio della superficialità. E non è forse un po’ troppo improbabile-formalista quella scena con Murphy unico sopravvissuto a un naufragio, seduto come uno Jedi sul culo di una nave affondata in mezzo al mare?

3. I nei di Kenneth Branagh:

Ignobili. Da un punto di vista estetico, un atto di violenza. Ok che Kenneth è il più grande attore shakespeariano di oggi e che oggettivamente non si poteva chiedergli di rimuoverli tramite plastica facciale, ma cancellarli in post-produzione o quanto meno evitare di inquadrarli in primissimo piano, sì.

4. Tom Hardy poteva fare ammaraggio:

Non intendo aprire un nuovo caso “Jack & Rose sulla zattera”, tuttavia gli ultimi 10 minuti di Tom Hardy stridono un po’: da credibile pilota ligio al dovere e alla patria, il personaggio interpretato dall’ex Bronson si trasforma in una specie di aliante/simbolo vivente e volante dell’eroe senza macchia che (ATTENZIONE SPOILER) decide di immolarsi solo per tenere alto il climax del film. Insomma poteva fare un comodo ammaraggio e salire su una delle barchette.

5. Brexit:

Un dubbio finale, probabilmente stupido. Cristopher Nolan avrà ma pensato in questi mesi, anche una volta sola, che il suo film  – nell’epoca di Theresa May, Boris Johnson e Nigel Farage – potrebbe sembrare un enorme spottone/metafora del popolo inglese struggling for Brexit?

VOTO: 8


  1. Giovanni Tani

    20 settembre

    Sono d’accordo al 1000% con la recensione. Il film mi è piaciuto un casino come diciamo noi giovani, mentre mi sono scontrato inutilmente con i miei zii e i loro accoliti ( storici e ufficiali di marina) che purtroppo ancora rimpiangono le mattonature hollywoodiane a la “il giorno più lungo”. Peccato, speravo accogliessero bene questo quasi capolavoro che segna spero una pietra miliare in un nuovo cinema di guerra. Mi ha ricordato vagamente “black hawk down” . Plausone a Nolan. Vorrei dire solo che secondo me per quanto frega la sequenza finale dello spit e il suo atterraggio sono una punta di lirismo puro che getta a mare il realismo che ci sta a bomba. E poi in un ammaraggio di emergenza è facile rompersi l’osso del collo.

  2. Enola Creutz

    27 settembre

    Grande Giova. Comunque vai tranquillo, è stato accolto molto bene e vedrai la notte degli Oscar come fa incetta. Vero che in un ammaraggio rischi di romperti il collo, ma non se sei Tom Hardy, che il collo non ce l’ha. Un abbraccio.

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