Death Note

Si possono dire tante cose di Adam Wingard ma non che non abbia coraggio. Dopo aver tentato di ridare linfa al filone found footage buttandosi in un’operazione improbabile come Blair Witchaver messo in cantiere un’altra robetta da niente come il remake di I Saw the Devil e aver rischiato di dirigere un nuovo Halloween, il ragazzone del Tennessee si è preso i soldoni di Netflix e si è lanciato come un kamikaze in un progetto ancora più assurdo e rischioso: l’adattamento cinematografico di Death Note.

Io adesso non vorrei stare qui a spiegarvi cosa sia Death Note, spero che la maggior parte di voi lettori sbandati abbia più o meno presente, diciamo solo che è uno dei manga giapponesi più famosi degli ultimi 20 anni, dal quale sono nate serie animate, film, musical, giochi, pupazzi e chi più ne ha più ne metta. In Giappone è una specie di must. Per farvi capire: la serie anime l’ho vista addirittura io che sono la persona meno esperta di manga sulla faccia della Terra. L’idea di rifare (Shûsuke Kaneko ne fece già uno, bello, nel 2006) un film su Death Note poteva uscire solo dalla mente arrogante e megalomane di Netflix, che ormai si sente un po’ padrona del mondo. Ma la hybris viene storicamente punita dagli dei, e infatti il film di Adam Wingard è imbarazzante.

dnote

Sulle polemiche riguardanti le accuse di whitewashing rivolte a Netflix non ci soffermiamo e risolviamo tutto con un laconico #fottesega. I problemi di questo Death Note vanno ben oltre il cambio di ambientazione (siamo a Seattle) e il colore della pelle degli attori.

Se c’è una cosa che ha reso grande Death Note sono i personaggiSì, la questione centrale del quadernetto della morte spacca ed è il sogno di qualunque fan di Marilyn Manson, ma il vero capolavoro Tsugumi Ōba (autore dell’originale) lo ha fatto dando vita a Light, L, Ryuk, Misa, Rem, Near, tutti personaggi clamorosi, dalla psicologia complicatissima e piena di sfumature. Nel film di Adam Wingard (scritto dai fratelli Parlapanides e da Jeremy Slater) i protagonisti sono invece delle macchiette piatte e senza fascino, che litigano e fanno i capricci. Light/Kira (il personaggio principale, colui che raccoglie il quaderno della morte piovuto dal cielo e dà inizio a tutta la vicenda) è un teenager annoiato come tanti, che quando trova il Death Note dopo cinque minuti lo usa PER FARE COLPO SU UNA FIGA. Questo dettaglio dovrebbe già bastarvi per capire come ha impostato il suo film Wingard.

netflix-death-note

Ma proviamo per un attimo ad evitare paragoni con l’originale (anche se mi piacerebbe continuare all’infinito preso da una furia omicida) e a valutare questo Death Note per quello che è. Siamo di fronte ad un teen horror di basso livello, che ruba a Final Destination i trick per le morti splatter e che corre spedito e frettoloso verso una conclusione più che scontata. Non c’è un discorso di base che tiene in piedi la storia, non c’è una riflessione decente sulla giustizia, sulla morte, sull’uomo che si innalza a dio, su niente. Il personaggio di Ryuk, il demone/dio della morte che affianca Light durante la vicenda, perde tutta la sua aura dark e divina e viene appiattito a pupazzetto che spunta qua e là ridendo e gracchiando. E non parlo di L, personaggio enorme nell’originale, qui stuprato e umiliato. Il quaderno poi, oggetto da cui parte tutta la vicenda e a cui tutto si riconduce, è un semplice taccuino magico che tutti vogliono (cos’è? da dove viene? perchè è sulla Terra? nel film non ci viene spiegato, dobbiamo accettare che esista e stop).

 death-note-ryuk-img-geekexchange-062917

Pare abbastanza chiaro che Netflix abbia voluto fare un film guardando ai teenagers e fottendosene della fan base di Death Note. Il film di Adam Wingard non va poi così lontano dall’essere una love story dalle tinte vagamente dark e fantasy, con qualche schizzo di sangue buttato qua e là e una fotografia accattivante piena di neon e luci e colori saturi da fare schifo. Il giudizio finale non può che essere figlio del ragionamento fatto nell’intro: non si può prendere un’opera dalle dimensioni imponenti (l’anime era composto da 37 puntate) e dai contenuti complessi e ridurla ad un giocattolino di un’ora emmezza, eliminandone personaggi e significato. Si potrebbe allargare il discorso all’atteggiamento che sta avendo ultimamente Netflix verso il cinema e il mondo delle serie ma è meglio fermarci qui.

VOTO: 4,5


Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *