La Marchesa von…

L’Outsider di questa settimana ci fa riscoprire uno dei grandi capolavori del cinema francese, La Marchesa von… di Eric Rohmer, un’opera tanto fuori dal tempo oggi, quanto ancora sconvolgente. Un cinema per eletti, per sbandatisti nobili ed eleganti.

Verso la fine del ‘700, in un’imprecisata città dell’Italia settentrionale, truppe nemiche danno vita ad un assedio. La figlia del governatore, la Marchesa, viene salvata da un conte che la sottrae a un gruppo di soldati. La giovane donna rimane inconsapevolmente e sorprendente incinta, senza capire cosa sia successo. Mentre cerca di scoprire il responsabile, il Conte sembra interessato alla sua mano…

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Fedele trasposizione dell’omonimo e famoso racconto di Heinrich Wlhelm von Kleist, La Marchesa Von… (La Marquise d’O) è film che nel 1976 segna il ritorno di Eric Rohmer dietro la macchina da presa dopo una pausa dai suoi Racconti morali che hanno caratterizzato la prima parte della sua carriera.

Quasi un adattamento letterale dal racconto alla sceneggiatura, il film venne premiato con il Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes e fece conoscere Eric Rohmer a tutto il pubblico europeo (in particolare in Italia, dove era un autore quasi sconosciuto).

In linea con le altre tematiche care al regista francese, anche questo film è un’indagine sulle emozioni, le passioni e sentimenti compressi, come sedimentati, sui segreti e sul “non detto”, dove i rapporti umani sono al centro della vicenda (come lo diventeranno ancora di più con i famosi film Racconti delle stagioni degli anni successivi), e quindi sui personaggi, con le loro difficoltà a lasciarsi trascinare dagli eventi. Qui ancora più forte perché come schiacciati dalle dinamiche sociali fatte di regole neoclassiche.

Un film antico e allo stesso tempo modernissimo, di una composizione come sperimentale,  sobria e pittorica al tempo stesso, in un crescendo che è anche frutto dell’abile capacità da narratore e regista di Rohmer di far come “esplodere” gli eventi in un punto del film (quando si pensa a Rohmer, la parola esplodere fa quasi sorridere, visto il distacco quasi a-motivo generale, anche difronte a forti scene teoricamente emotive).

Girato quasi interamente in luce naturale, con l’uso delle candele per le scene serali e notturne, come del resto Barry Lyndon di Stanley Kubrick, dell’anno precedente, il film è un piacere per gli occhi. I due registi dichiararono ognuno di non aver visto il film dell’altro. Chissà. Maestosamente fotografato da Nestor Almendros, storico direttore della fotografia oltre che di Rohmer anche di Truffaut (e un paio d’anno dopo del magnifico I giorni del cielo di Terrence Malick), il quale definì questo film come la sua opera migliore.

Prima gli attori provavano e riprovavano con meticolosità, poi veniva scelto il momento del giorno con la luce perfetta e si girava. Ed è in quest’ottica di assoluta ricerca visiva e cromatica che si inserisce un uso sapientissimo dei codici figurativi  con riferimenti a dipinti e pittori che hanno immortalato quel periodo: Jean-Baptiste Grezze, Jean-Auguste-Dominique Ingres, Johann Heinrich Füssli (il suo famosissimo L’incubo è palesemente citato in una scena) e Caspar David Friedrich.

Il fotogramma del film dove viene citato il dipinto di Füssli.

Il fotogramma del film dove viene citato il dipinto di Füssli.

John Henry Füssli -The_Nightmare

John Henry Füssli – The Nightmare

Grazie ai movimenti di macchina gli attori esprimono i loro sentimenti, che nel racconto da cui è tratto potevano solo essere impliciti. Qui sono invece narrati con una distanza generale tra la scena e l’occhio della macchina da presa, perché tutto infondo ruota attorno a un mistero, a qualcosa di terribile che non viene mostrato, che la regia sapiente si sottrae dal rappresentare, in un’invisibile percorso che è il filo conduttore di tutto, il vero senso del film.

Sì perché la parola “stupro” non viene mai pronunciata, e tutta la trama in fondo parte da quel fatto, da quel non-visto, non-detto. E stupisce la sottile ironia sottotono che trapela da tutti i dialoghi, dalle situazioni più forti, forti di quell’enfasi “a sottrazione” che solo l’occhio di Rohmer poteva mostrare con questo distacco freddo e pudico, quasi da osservatore esterno.

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Racconto che è sia quello di una donna in balia degli eventi e del caso della vita, ma anche la storia di un padre sconfitto,. Perdente del resto lo è anche il Conte, in un film dove la condizione di impotenza diventa l’altro elemento centrale, simbolicamente espresso dallo sparo di una pistola verso l’alto anziché a colpire qualcuno.

In gran parte ambientato in interni, con un crescendo teatrale ma cerebrale, dove l’emotività viene prontamente smorzata da freddezza e ironia per poi passare di nuovo alle lacrime, il film procede attraverso un continuo cambiamento di stati d’animo, che va di pari passo con le luci. Il tutto senza colonna sonora, con pochissimi primi piani, per attori tedeschi che venivano dal teatro come Bruno Ganz (in Italia curiosamente doppiato da Ferruccio Amendola, storico doppiatore di De Niro)  o il fratello della Marchesa, Otto Sander (che anni dopo ritroveremo con lo stesso Ganz ne Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders).

Un film casto e puro, e che allo stesso tempo incarna erotismo sottocutaneo inesplorato. Ciò che è decisivo non viene messo in scena, e ciò che viene detto è un pensiero frutto di una convinzione totale, una sentenza inequivocabile. Elementi che fanno di questo film qualcosa di unico, che ancora oggi sconvolge per la sua bellezza.

Da riscoprire. (Di certo non durante una serata di sballo con gli amici al mare).

La Marchesa von…, 1976, Eric Rohmer


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