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“Carne y Arena”: Iñarritu allestisce alla Fondazione Prada un’ode agli States e al cinema-spettacolo

Dopo la selezione cinematografica “Flesh, Mind and Spirit”, Fondazione Prada ha deciso di collaborare per la seconda volta con il regista messicano Alejandro Iñarritu, producendo Carne y Arena insieme a Legendary Entertainment. L’istallazione di realtà virtuale occuperà gli spazi del Deposito, nella sede di Largo Isarco di Milano, fino al 15 gennaio 2018.

“L’ospite è entrato” dice la tipa di Prada mentre attraverso la porta del Deposito. Davanti a me una sala in penombra con un grande cuore rosso tagliato a metà dalla frontiera degli States. A sinistra, la scritta U.S., a destra T.H.E.M. Dopo l’introduzione che ti spiega che Iñarritu ha preso storie d’immigrati veri e le ha riportate dentro la Fondazione, la seconda porta ti fa entrare in una sala gelida che ricorda subito il carcere di Litchfield. Banchi di metallo in giro, muri grigi, soffitti bassissimi e un sacco di scarpe logorate di tutte le misure che riempiono gli angoli della stanza. Sono quelle vere degli immigrati, te lo dice il muro davanti a te insieme alle istruzioni per lasciare le tue di scarpe dentro agli armadietti. Conviene accomodarsi perché comunque bisogna aspettare che si accenda la luce rossa di allarme prima di poter andare avanti. Intanto mi siedo nel banco freddo e mi guardo intorno, pensando a quanto quelle scarpe rovinate somiglino alle opere della mostra permanente di Gober e Bourgeois nel palazzo accanto, quello d’oro disegnato da Koolhaas.

Robert Gober, Untitled, 2009-2010

Robert Gober, Untitled, 2009-2010

L’ospite è entrato”. La frase fredda e indifferente della tipa all’ingresso risuona nella mia testa. Magari fa tutto parte della finzione di Iñarritu, ci sta che sia una messa in scena come solo Hollywood sa fare. E poi in realtà ricordo quell’altro tipo che, due anni fa quando aprì la Fondazione a Milano, mi sgridò mentre guardavo la culla di Gober perché ero troppo vicina all’opera.

Non faccio in tempo a ragionarci che la luce rossa si accende, mi alzo e attraverso la terza porta.

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Tutto buio, non si vede un cazzo e per terra c’è una sabbia noiosissima che mi fa quasi male. “Scusate ma non ci vedo” dico ai due mediatori mentre mi prendono per le braccia e mi portano al centro della stanza. In un secondo mi hanno coperta con occhiali, cuffie e uno zainetto che “ti tira se ti avvicini ai muri”. Non vedo niente, dentro gli occhiali c’è il vuoto. Aspetto un secondo e, mentre muovo le dita dei piedi per cercare un equilibrio sui sassolini, inizio a sentire le cicale e un venticello fresco. Si accende il nero e appare il deserto all’alba. E qui inizia la scena di 6 minuti scritta da Iñarritu.

La storia è quella di un gruppo di messicani che si ritrova in mezzo al deserto cercando di attraversare la frontiera. Parlano tutti in spagnolo e sono abbastanza messi mali; alcuni, per esempio, non riescono a camminare e sono disidratati. Poi c’è anche il coyote, una sorta di scafista che gestisce la situa. Dentro questa dimensione deserta il tempo passa velocemente e presto fa buio, lasciando spazio a los gringos che arrivano in due fuoristrada ed elicottero,  un cane aggressivissimo che abbaia, dei poliziotti che chiedono documenti, gli immigrati che piangono per terra. La scena ha tutti gli ingredienti per essere divorata con facilità.

“Non puoi correre” aveva detto il tipo mentre mi metteva gli occhiali. Beh sì, forse è meglio se resto qui, magari poi va a finire come con la culla di Gober. Rimango in mezzo e decido solo di guardarmi intorno. I personaggi sono computerizzati, ma la qualità è comunque altissima. Gli effetti speciali sono pazzeschi: c’è il vento dell’elicottero che mi soffia nei capelli, la terra che trema dalle vibrazioni delle eliche e il sound editing più cazzuto in assoluto.  E’ senz’altro un’esperienza fichissima.

Nel climax della scena, quando gli urli dell’agente contro i messicani diventano insopportabili, l’audio si abbassa notevolmente e si entra in una sorta di movie-trance dove in mezzo appare un tavolo e sopra una barca grigia con delle persone che attraversano la superficie fatta d’acqua. Il sogno di un viaggio, una scena onirica che, dopo un paio di secondi di navigazione rallentata ed effetti audio della madonna, sparisce facendomi tornare al casino di prima.

Il tutto finisce quando Iñarritu rompe la quarta parete e uno dei poliziotti inizia ad urlarmi in faccia. Non faccio in tempo a spaventarmi che l’immagine e l’audio si spengono brutalmente e torno al vuoto.

Il percorso continua in un’altra stanzetta dove riprendi le tue scarpe e ti pulisci i piedi con delle salviette umide. Niente tombino con acqua e cuore per lavarti, così per tornare un’ultima volta a Gober.

Dopodiché attraverso un lungo corridoio con il muro originale della frontiera che ti permette di affacciarti verso la sala della sabbia e vedere l’altro ospite che è appena entrato.  E fino qui sembra tutto una bomba.

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Il breaking point arriva nell’ultima sala, nella quale Iñarritu allestisce una mostra di video-ritratti con tutte le testimonianze raccolte per la realizzazione di Carne y Arena. Dai messicani che hanno quasi perso la vita nella frontiera ma che ora hanno un lavoro dignitoso e mandano soldi alla famiglia, al poliziotto che ricorda gli orrori vissuti ma ora si è pentito del tutto. Testimonianze lunghissime da leggere che diventano, in sostanza, una contraddittoria ode agli States in formato quadrato e ralenti, che rende di brutto il concetto di In God We TrustÈ il finale perfetto per la classica struttura da film di Hollywood, dove lo spettatore perde l’opportunità di analizzare i fatti e di produrre conclusioni da solo.

Ciononostante, per qualche minuto, nel Deposito della Fondazione Prada, si crea una dimensione parallela dove l’arte di nicchia e il cinema di vasto pubblico dialogano, condividono elementi comuni citandosi l’uno l’altro, lasciando lo spettatore in un vortice di riferimenti. Insomma, spacca.

Maki Ochoa


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