The Putin Interviews

Bromance! Tra Vladimir Putin e Oliver Stone non poteva che sbocciare un’amiciziona in nome dell’anti-americanismo. Negli ultimi tre anni – per la precisione dal 2015 al maggio 2017 – il regista di Natural Born Killers ha girato circa 20 ore di interviste al presidente, incontrandolo al Cremlino, nella sua Dacia privata e in altri luoghi del potere russo. Il risultato sono quattro ore di chiacchierata su politica estera, Unione Sovietica, Obama, ISIS, Siria, Ucraina, ma anche Stalin, Eltsin, gay, Trump, donne, vita privata, hobby, hockey, judo, nipotini e via dicendo. Andata in onda su ShowTime la settimana scorsa, The Putin interviews è stata stroncata in lungo e in largo dai giornalisti americani e inglesi di estera, che l’hanno accusata di essere un inconsapevole spottone pro-Putin. È effettivamente così? Oliver Stone ha fatto la fine dell’utile idiota al servizio della propaganda russa?

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Una foto a caso di Oliver Stone da giovane

 Dunque, le accuse dei giornalisti sono in parte vere. Il modus operandi di Oliver Stone assomiglia molto a quello di un ipotetico Fabio Fazio fuso con Vincenzo Mollica e Gigi Marzullo sotto steroidi, tra pacche sulle spalle e domande comodissime, che permettono al presidente/zar di raccontare dalla A alla Z la propria versione dei fatti, senza venire mai interrotto. Quando Putin finisce, Stone passa alla domanda successiva. Insomma, non esattamente il metodo a strangolamento che parte da lontano per mettere progressivamente nell’angolo l’intervistato (su questo punto, meglio rivedersi il gradevole Frost/Nixon, o ancora meglio tutte le cose di Errol Morris). Il regista può difendersi dicendo che il suo obiettivo era proprio quello di fornire un’immagine diversa del presidente russo, spesso dipinto in USA come una specie di Satana sterminatore e serial killer. La verità, però, è che guardando The Putin interviews si ha spesso la sensazione di osservare due best friends d’accordo su tutto che chiacchierano a ruota libera di politica estera; e giornalisticamente non è proprio un bel vedere, visto che in Russia i giornalisti anti-potere, in genere, tendono a finire misteriosamente sottoterra. Oliver Stone ha costruito tutta la sua filmografia (e il suo personaggio) sulla – legittima – lotta al potere (finanziario, imperialista, governativo) e vederlo fare il compagno di merende con una persona che rappresenta, nel bene e nel male, la palingenesi del Potere centrale che schiaccia tutti gli altri, diciamo, non rientrerà sulla Treccani come esempio di corredo alla definizione di “coerenza”.

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“E poi niente raga, me le sa sono portata in camera e bam! Seratona!”

Ma veniamo ai lati positivi. The Putin interviews qualcosa di buono ce l’ha. Si tratta innanzitutto di un documentario che non annoia un secondo. Oliver Stone ha tanti difetti ma se c’è una cosa che ha nel sangue, quello è il ritmo. Come nei precedenti Comandante e A sud del confine, le quattro ore di interviste al presidente russo volano via che è un piacere. E i vari Giovanni Minoli, Maurizio Costanzo, Ezio Mauro and co. possono farsi un bel ripasso.

Inoltre, se come abbiamo visto l’operazione complessiva assomiglia molto a una marchettona, è innegabile che sia estremamente interessante vedere così da vicino (e per 4 ore) l’uomo-Putin. Da sempre circondato da mistero (e fake news su quanto sia un macho-statista-genio), vederlo alle prese con un intervistatore americano permette di notare alcune cose sulla sua personalità. Vagamente timido, anti-intellettuale, completamente alieno all’idea di politica spettacolo occidentale, Putin è una macchina da guerra quando si tratta di dibattere di politica estera, ma va in palla quando Stone infila qualche intermezzo cazzone (“ieri alla parata non hai salutato Gorbachev, eheh, ti ho visto!”) o culturale (la scena in cui il regista gli fa vedere Il Dottor Stranamore è quasi grottesca per come Putin non sappia assolutamente come commentare il film di Kubrick).

Il principale merito della mini-serie, ad ogni modo, è quello di farci entrare per qualche momento nella visione della politica estera di un russo. In altre parole, prendendo le giuste precauzioni antropologiche e attivando il più possibile il pensiero critico, The Putin interviews, per qualche ora, ci fa “pensare russo”. L’ancestrale paura di essere accerchiati, la consapevolezza che dopo l’anarchia dell’era Eltsin le cose sono state rimesse in piedi dall’attuale presidente, l’incubo di vedere la NATO sempre più vicina (dal 2004  Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia, Slovenia, Albania, Croazia e Montenegro sono passati ufficialmente al “nemico”), l’idea di essere stati continuamente traditi dagli americani dagli anni 90 in poi, la certezza di vedere nelle crisi ucraina e siriana due ennesimi tentativi da parte degli yankee di sottrarre alla Russia ciò che è sempre stato suo: sono tutte cose che Putin pensa e la maggioranza russi, probabilmente, anche. Ecco, vedere tutto ciò da vicino in un documentario è interessante. E magari aiuta a capire con chi abbiamo a che fare. Insomma, se facciamo la giusta tara alla propaganda russa e all’approccio light di Stone, The Putin interviews può essere utile.

VOTO: 6.5


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