Hounds of Love

La diciassettenne Vicki Malonie viene sequestrata da una coppia mentre sta camminando per strada. La “prigionia” si rivela un girone dell’inferno, ma osservando le dinamiche dei due torturatori, riuscirà a trovare una speranza di fuga.

Photography by Jean-Paul Horré jeanpaulhorre@gmail.com

Il nostro Outsider della settimana è un thriller bello tosto e sgradevole, il riuscito esordio alla regia di Ben Young (anche sceneggiatore). Si tratta di Hounds of Love (titolo che non ha niente a che vedere con il bellissimo e soave omonimo album di Kate Bush), presentato lo scorso anno in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia.

Ambientato nei sobborghi di Perth, Australia, nel bel mezzo degli anni ’80, il film è il viaggio claustrofobico della ragazza protagonista (interpretata dalla brava Ashleigh Cummings) rapita e seviziata dalla coppia di serial killer John e Evelyn White (Stephen Curry e Emma Booth) per una serie di giorni in una stanza della loro casa.

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Produzione australiana, questa di Young, che si differenzia dai climi e toni più fracassoni dei coevi indie movie americani, che virano più spesso sullo splatter gratuito o violenze inenarrabili, spesso con poco senso dell’orrore quotidiano.

Ispirato da eventi realmente accaduti (anche se non dichiarati), ripercorre l’orrore domestico di due rapitori che sequestravano giovani ragazze, per violentarle e ucciderle e ,infine, seppellirle nel bosco, in un perverso gioco possessivo-erotico-macabro.

Seguiamo Vicki come protagonista della vicenda, immedesimandosi in lei, giovane irrequieta in rottura con i genitori divorziati, che finisce nelle mani di due malati mentali che la raggirano fingendosi amici. La dinamica è agghiacciante e narrata senza pietà, anche se la regia tende a non mostrare tutto delle cose più violente, lasciando spazio all’immaginazione.

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Un bell’esempio di cinema che va ad indagare dentro i meandri della mente, un sonoro pugno nello stomaco, dove il personaggio della rapitrice Evelyn diventa centrale e fulcro della vicenda. La sua storia, la sudditanza al compagno e in generale alle pretese “maschili” diventano il vero motivo di svolta nella situazione.

Il film regge per le sue quasi due ore di durata anche grazie alla più che buona performance di tutti gli attori, ciascuno al posto giusto. Forse un po’ troppo autocompiacimento, un po’ troppi ralenti, come per rimarcare la volontà di uno stile “personale”: Young mostra ciò che sa fare con musica e immagini (si vedano la sequenza, bella ma inutile, del ballo sotto My Lady D’Arbanville di Cat Stevens o i Joy Division sul finale) ma a volte finisce per calcare un po’ troppo la mano, quando in realtà la freddezza delle parti angoscianti del sequestro rimane molto più potente e angosciante. Un bel film malato, crudo e claustrofobico che vi farà venir voglia di stare alla larga dall’Australia.

Hounds of Love, 2016, Ben Young


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