7 Minuti Dopo La Mezzanotte

Allora, sì. Diciamolo subito: 7 minuti dopo la mezzanotte di Bayona è il classico film fantastico sui dodicenni che fuggono da una triste realtà per mezzo della fantasia. Da lì abbiamo il solito metaforone sulla vita, su come sia difficile crescere, su come i bimbetti usino l’immaginazione per proteggersi ecc. ecc. L’idea è vecchia, le intenzioni potenzialmente lagnose, però… Cavolo, questo film qua mette in piedi tutta la solfa con una classe e una disinvoltura tali da rispedirlo a tutta velocità fuori dalla brodaglia cosmica dell’universo di fantasy-noia. Vediamo i dettagli.

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Il giovane Conor O’Malley (Lewis MacDougall) non se la passa molto bene. Ogni giorno ha a che fare con i bulletti della scuola, una nonna severa (Sigourney Weaver), un padre assente (Toby Kebbell) e un’amata mamma che sta lentamente morendo di cancro (Felicity Jones). In questo mare di problemi, una sera, un enorme mostro a forma di albero (Liam Neeson) fa visita al ragazzo promettendo di raccontargli 3 storie ed esigendo di ascoltare, in cambio, una quarta storia: la verità della vita di Conor.

7 minuti dopo la mezzanotte (adattamento dall’omonimo romanzo di Patrick Ness) è un film realmente sentito che, a tratti circondato da un’ombra dark, a tratti da atmosfere simpatiche e graziosette, trova la sua ambientazione ideale nell’uggioso ma poetico UK. Nonostante Bayona proponga più di un tema, la storia di Conor si concentra in particolare sulla dialettica bene/male e sul violento spiazzamento emotivo di chi, ancora bambino, si rende infine conto di come il mondo sia davvero complicatissimo, impossibile da dividere in due metà nette. Fin da subito lo spettatore di 7 minuti dopo la mezzanotte si identifica con Conor e, proprio come lui, categorizza i vari personaggi con i semplicistici ruoli chiave della narrativa – l’eroe, l’aiutante, il cattivo e così via. Man mano che Conor parla con l’amico albero, però, le posizioni iniziano a rovesciarsi. Il “malvagio” bulletto di turno finisce per avere una spiccata sensibilità, la nonna “strega” alla fine non è poi così male e la mamma di Conor è una “principessa da salvare” che non può in nessun modo essere salvata. Cosa ancora più importante, scopriamo che il piccolo protagonista dagli occhioni grandi cova, dentro di sé, un desiderio oscuro e in qualche maniera colpevolmente perverso.

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Nonostante qualche annotazione scontatella sparsa per il film, 7 minuti dopo la mezzanotte non si tira indietro quando è il momento di dire una verità scomoda, generalmente cestinata in toto da questo genere cinematografico: l’autoconservazione è più forte dell’amore. Questo discorso è messo in piedi attraverso la toccante interpretazione di MacDougall che, in un’escalation di occhiate tristi e smorfie feroci, trascina lo spettatore al culmine rappresentato dalla scena finale. E non stupitevi se vi si commuovono pure le poltrone del multisala. Siamo davanti a un film ben fatto, tecnicamente sofisticato che, pur non essendo particolarmente originale, attira e, un po’ come la cioccolata, sotto sotto non può non piacere.

VOTO: 7 –


  1. Valentina

    5 Agosto

    Ciao,
    questo film l’ho adorato… adorato…
    E pensare che l’ho scoperto grazie ad una canzone: la colonna sonora dei Keane trovata per caso su Youtube.
    Secondo me, questo capolavoro può essere capito davvero solo da chi ha subito una perdita preceduta da un lungo periodo di dolore. Ho letto qui sopra che il protagonista nutre un ”desiderio colpevolmente perverso”… ma non è perverso, è quanto di più umano esista. Desiderare che il dolore finisca in fretta, è umano. Tanto più se scaturito dall’animo piuttosto innocente di un bambino. Infondo l’argomento chiave sta tutto lì. Come avete giustamente detto voi, la differenza dagli altri film del genere e non, è che qui si ammette la verità, seppur scomoda.
    Al cinema ci hanno sempre fatto credere che l’amore vero non muore mai e vince su tutto; i protagonisti sono sempre persone coraggiose, eroiche, che trovano la forza interiore per affrontare le difficoltà e le perdite… e noi dovremmo identificarci in essi? Come possiamo se la natura umana ci spinge a fare il contrario?
    Nella vita reale quando vedi una persona soffrire, tanto, e per tanto tempo, non è perverso sperare che tutto finisca; non è perverso sperare che la persona che amiamo smetta di stare male e trovi la pace…e noi con lei. E’ semplicemente umano. Solo che nessuno vuole ammetterlo, perchè se lo facciamo passiamo per gente perversa, malvagia. Ma siamo solo umani.
    Mi piace un sacco questo doppio binario, questa contrapposizione che c’è per tutto il tempo: da un lato l’ipocrisia tipica degli umani di voler nascondere i propri desideri inconsci rappresentata dalla parte fantasy… la finzione! Dall’altra abbiamo la verità rappresentata dalle scene di vita quotidiana, alquanto tristi ovviamente. E Conor nel bel mezzo di una guerra tra i due mondi.
    In pratica qui l’immaginazione ha una doppia funzione: è il classico mezzo di evasione dai problemi – roba alquanto ritrita in effetti – ma è anche la rappresentazione dell’ipocrisia che ci spinge ad essere chi non siamo solo perchè ci vergogniamo di ammettere la verità. Se non fosse che è triste da tagliarsi le vene, me lo riguarderei di continuo per quanto è fatto bene.
    Ciaoooo

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