Scappa – Get Out

Quando la tenera e bianca Rose (Allison Williams) decide di voler presentare ai genitori il fidanzato nero Chris (Daniel Kaluuya) non si preoccupa dei problemi “razziali”: infatti Chris è agitato perché non li ha avvertiti del colore della sua pelle, ma lei lo tranquillizza osannando la sensibilità liberal e antirazzista del padre. Una volta arrivati nella villa di campagna dei genitori di lei le cose cominciano a farsi ambigue e disagianti per il fidanzato, fino a incrinare sempre di più la sua tranquillità.

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Costato 4 milioni di dollari, il film d’esordio del comico e attore statunitense Jordan Peele (popolarissimo in America per la sua imitazione di Obama), con i suoi oltre 200 milioni di dollari di incasso, è diventato il primo cult dell’era Trump. Sulla falsariga di Indovina chi viene a cena in salsa splatter, il film è una satirica e allo stesso tempo agghiacciante lettura dell’ipocrisia liberal post-obamiana del ceto medio-alto americano.  

Il film inizia infatti quasi come una scontata commedia sui rapporti interrazziali dove il fidanzato nero viene presentato dalla fidanzata bianca ai genitori bianchi. Ma il film prende poi man mano una piega sempre più ambigua e inquietante. Chris è l’unica persona di colore a parte la servitù della villa di campagna dei due, fino all’arrivo di un altro ospite che si rivelerà alquanto sospetto.

E Jordan Peele questo lo racconta benissimo, immergendoci in salotti e aperitivi nel verde di riccastri che osservano Chris quasi come un fenomeno da baraccone, con uscite sulla bravura di Tiger Woods o domande indiscrete, nel principio del “avrei votato Obama per la terza volta, fosse stato possibile”. Una serie di frizzanti immagini di razzismo velato nascosto dietro il velo di Maya del perbenismo.

E noi seguiamo Chris e il suo disagio perenne in questa situazione, dove si fa strada tra vecchi e altri ricchi bianchi che continuano a fargli domande e ad analizzarlo. La presenza dei due domestici di colore sembra inizialmente rasserenare il ragazzo, ma poi si rivelano alquanto strani, oltre che per la presenza, dalle azioni stesse che compiono.

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Il clima di tensione rimane inesploso, e le telefonate con l’amico Rod (il grandioso Lil Red Howery) alleggeriscono la dinamica,  con teorie strampalate e esilaranti sui bianchi, ma pian piano tutto si ribalta come all’improvviso, e diventa qualcosa di agghiacciante.

Passiamo così dalla più intelligente satira del mondo ipocrita upper-class contemporaneo americano, a un susseguirsi di eventi fino a un’escalation horrorifica, dove il miscuglio dei generi provoca un effetto disarmante.

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Forse la seconda parte “drammatica” diventa un pelo più prevedibile della prima, ma questo non toglie forza all’idea geniale del film, che nel suo miscuglio di generi vola altissimo, spiazzando completamente lo spettatore con le sue trovate, passando da situazioni di estrema ironia e imbarazzo, a sequenze veramente tese, che ci rimandano a certe viste in The Visit di M. Night Shyamalan (che con il film di Peele condivideva lo stesso produttore), in uno stranissimo equilibrio veramente inedito per il cinema “di genere” e non solo.

E alla fine ti rimane una riflessione di certo non banale ma molto forte sulla società che esce dagli otto anni di Obama, dove sembrano tutti antirazzisti a parole, ma le differenze, sopratutto se anche di classe, son tutt’altro che superate. Quasi una risposta al barocchissimo e patinato premio Oscar Moonlight, dove all’autocompiacimento si sostituisce una genuina voglia di spiazzare tra i generi e le forme, passando da una risata a un “Oh mio dio”. Una bella bombetta a orologeria, un miscuglio sovversivo e riuscitissimo che lascia finalmente qualcosa di nuovo sull’argomento.

VOTO: 7,5


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