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Fargo: il doppio McGregor non basta, partenza un po’ sottotono per la terza stagione

E’ ripartita Fargo, la serie televisiva ideata da Noah Hawley ispirata dall’omonimo film dei Fratelli Coen.

Dopo un non chiaro incipit ambientato nella Berlino pre caduta del muro, ci catapultiamo nel 2010, dove si rincorrono e in parte si intrecciano le vicende di Emmit e Ray Stussy, fratelli gemelli (entrambi interpretati da Ewan McGregor), il primo grosso imprenditore e boss dei parcheggi, il secondo un mezzo fallito, con quelle di un misterioso uomo d’affari (V.M. Vargas, interpretato dal grande David Thewlis). Sullo sfondo lo sceriffo Gloria Burgie (Carrie Coon) indaga sul caso di omicidio del patrigno.

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Dove eravamo rimasti qui non vale. Ogni anno si riparte da capo: nuovo cast, nuova epoca, nuova storia. Quasi all’inverso della stragrande maggioranza delle serie che vanno ora.

Non è stato di certo un inizio-bomba questo della nuova stagione di Fargo: un po’ le aspettative dopo la straordinaria seconda stagione, che ha riscritto i caratteri e le forme della Storia gangster come nel cinema americano non si vedeva da anni (ci voleva una serie per farlo..), un po’ un certo calo di fascino dovuto all’ambientazione quasi contemporanea (dopo la prima stagione, abbastanza similare), che ha smorzato un po’ l’immaginazione su decenni inesplorati (vedi gli ottanta e i novanta), un po’ un certo senso di stanchezza che si deduce dalla complicata sceneggiatura del pilota.

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Allora, si parte a Berlino, con un interrogatorio, di cui capiamo poco o nulla. E finiamo così a trovarci qualche anno fa, tra le nevi del Minnesota. E anche qui capiamo poco. C’è McGregor (bravissimo a modificare il suo marcato accento scottish) in versione doppia: il vincente fratello Emmit, mega boss degli appalti e dei parcheggi, villa mozzafiato e vita quasi perfetta, sorta di mezzo mafioso di provincia, e il gemello Ray, sfatto, mezzo calvo, che gira con una macchina targata “ace hole” (asshole), sorta di maneggione sfortunato.

I gemelli tornano anche in questa stagione, dopo i due fratelli stupidissimi della prima Stagione e i due killer silenziosi barbuti della seconda. E tornano ancora le atmosfere tra il noir e il greve che contraddistinguono lo stile della serie.

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Però bisogna dire che lo stile di questa terza ha preso un rallentamento sulle precedenti, come se motivazioni realiste siano intervenute nella messa in scena, molto più sobria che in passato. Meno cinema – a parte un ralenti ad hoc nella scena culmine al termine della prima puntata – e meno fighettismi. Anche se le sequenze che vogliono accattivarsi lo spettatore non mancano: si pensi al partita di carte su Prisencolinensinainciusol di Adriano Celentano, tirata fuori dalla valigia dei ricordi, eletta hit vintage così, dagli americani, o a Crazy degli Heart sparata a bomba, passando per i canti tradizionali russi che creano un che di fascinoso e ironico allo stesso tempo, o alla vicenda e al personaggio di V.M. Vargas (un David Thewlis lontano anni luce da Harry Potter, con denti marci e ambiguissimo nella sua ironia surreale).

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Però è come se si abbia l’impressione di seguire una trama a cui manca qualcosa, un clima di certo non scoppiettante per un thriller contemporaneo.

Si apprezza il tentativo di evitare l’effetto “già visto” e il cambiamento di rotta,  ad inseguire così nuovi territori che vanno oltre il grottesco, l’umorismo macabro e i personaggi quasi da fumetto, e la solida cura con cui questa serie delinea i personaggi, anche quelli minori, rendendo ogni particolare importante e degno di attenzione. Ma un certo senso di noia ci accompagna per due episodi. Un senso di noia che in precedenza non avevamo mai intravisto con Fargo.


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