Tredici

Ebbene, eccoci anche noi a parlare della serie tv più discussa dell’ultimo mese, da settimane oggetto di polemiche accese. Il nuovo show Netflix Tredici (tratto dal romanzo Thirtheen Reasons Why di Jay Asher) ha senz’altro contribuito a demolire una barriera televisiva, proponendo una storia young adult che per oltre 10 ore si incentra totalmente sul suicidio di una ragazza. Da una parte gli autori di Tredici, volendosi addentrare in un tema cosi delicato sono stati ben attenti a evitare compromessi paraculi e lo hanno attestato mostrando integralmente scene molto esplicite e crude – come stupri tra adolescenti, immagini di violenza e suicidio – che trionfano nel loro voler far sentire a disagio lo spettatore. D’altra parte, però, lo show adotta altri generi di espedienti narrativi, forse un pelo più difficili da identificare, ma che ne intaccano inevitabilmente la credibilità. Ci arriviamo dopo la trama.

clay

Al 17enne Clay Jensen (Dylan Minnette) viene recapitata una scatola contenente diverse cassette registrate. Quando comincia ad ascoltare un nastro, il ragazzo si ritrova nelle orecchie la voce di Hannah Baker (Katherine Langford), una sua compagna di classe morta suicida da poco tempo. Le registrazioni contengono la storia e i motivi che hanno spinto Hannah a togliersi la vita. Tra queste ragioni ci sono 12 persone, tra cui lo stesso Clay.

hannah

Tredici è uno show girato discretamente e, in linea generale, realizzato bene. Man mano che si procede nella visione è sempre più difficile non farsi assorbire dalla serie, soprattutto per chi sguazza nelle storie sui liceali e nelle dinamiche un po’ torde e parodistiche delle scuole americane (ma è possibile che questi ragazzini siano ancora fissati con gli sportivi come nelle serie di 30 anni fa? Va be’). I motivi per cui Tredici cattura così tanto lo spettatore non sono difficili da identificare. La serie è un concentrato di segreti da svelare, drammi di ogni genere e intrecci amorosi, il tutto proposto con quelle intelligenti strategie di suspense che la narrativa televisiva ha ormai imparato a padroneggiare. Il suicidio di Hannah è mostrato come un lento processo scatenato da numerose cose – qualcuna piccola, qualche altra molto seria – che accavallandosi insieme portano la protagonista a scegliere di togliersi la vita. L’idea che la decisione di uccidersi arrivi gradualmente e non come un qualcosa che piomba lì per lì ha una certa verosimiglianza, così come l’idea che le piccole attenzioni e gentilezze spesso trascurate possano avere un’influenza positiva sulla vita degli altri. Quello di trattar meglio il prossimo è un messaggio che senz’altro passa attraverso lo show. Stessa cosa vale per la critica al bullismo (al cyber-bullismo, in particolare), la cui evidente onda d’urto sociale è gestita perfettamente dagli autori di Tredici. Nonostante questi elementi virtuosi, a cui possiamo aggiungere un’interpretazione degli attori a tratti un po’ immatura ma tutto sommato efficace, la serie qualche problema ce l’ha.

jeff

C’è una certa mancanza di credibilità che emerge qua e là durante la visione – un po’ come quella talpa nel giochino in cui devi prenderla a martellate. Anche se i “responsabili” della morte di Hannah sono diversi bulli più o meno consapevoli (e già quest’idea così netta di colpevolezza è opinabile), lo show non manca di proporre una figura più cattiva di altre: il “boss finale”, insomma. La scena in cui lo stupratore Bryce si mette e bere lo scotch dopo aver pestato brutalmente Clay e rivela ghignando le sue malefatte fa quasi sanguinare gli occhi, dando prova definitiva di una diffusa mancanza di delicatezza. Lo stesso personaggio di Hannah, una specie di santa incompresa e senza colpe, a tratti super sicura di sé, a tratti fragile come un bicchiere di cristallo, ha qualcosa che non va. Gli altri studenti la descrivono come una drama queen estremamente problematica, ma non c’è un granché nella serie che faccia trasparire questa sua caratteristica. Gli stessi nastri che la ragazza dedica a tutti quelli che l’hanno “uccisa” (una cosa piuttosto… be’, folle) perlopiù vengono visti dai personaggi in un’ottica di lecito lascito vendicativo, sfogo finale di una studentessa maltrattata e disperata. Eh sì, è vero che siamo davanti a una serie per ragazzi  e che un po’ di drama è essenziale (da questo punto di vista il fatto che Clay non ascolti i nastri tutti insieme è poco credibile ma totalmente accettabile), ma qui adattarsi al tema trattato evitando grossolanità sembra quanto mai importante. Altra faccenda problematica è il fatto che Hannah non solo è continuamente “viva” nel corso della serie – e riesce a catturare l’attenzione di tutti influenzando drasticamente la vita di coloro che non l’hanno apprezzata abbastanza – ma ne è l’indiscussa protagonista. Tredici ha successo nel mostrare il dolore di chi soffre silenziosamente, ma non il vero vuoto e annullamento che la morte porta con sé. Questa sembra una mancanza pressoché “imperdonabile” considerando l’argomento affrontato e il tipo di pubblico a cui si rivolge la serie. È sicuramente interessante e giusta l’idea di trattare il tema del suicidio adolescenziale aprendo un dibattito al riguardo ma – nonostante l’impegno di non censurare le scene più forti – c’è una certa mancanza di profondità e infantilismo nel modo in cui la storia di Tredici è materialmente gestita.

VOTO: 6 – –


  1. Giulia

    28 Aprile

    Completamente d’accordo, hai colto il difetto principale.

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