La Tartaruga Rossa

Ci sono diversi punti in comune tra La tartaruga rossa e i film dello Studio Ghibli – il cui nome figura nell’elenco dei produttori insieme a quello di Isao Takahata – ma sarebbe sbagliato andare a vedere l’opera di Michaël Dudok de Wit avendo in mente le tradizioni dell’animazione nippon. A parte l’estetica pulita, gli elementi onirici e qualche esperienza di volo alla Si alza il vento, La tartaruga rossa segue una più spigolosa tradizione nordeuropea, lontana sia dall’esperienza anime che da quella fiorellosa della Disney. Perciò andando a vedere questo film non aspettatevi i soliti stregoni, principesse, combattimenti vari e cibo succulento. Fate riferimento, invece, alla scarna eleganza di Father and Daugther, il corto di de Wit che vinse l’Oscar nel 2001.

tarta

Un giovane uomo naufraga su una deserta isola tropicale e si ritrova costretto a combattere per la sua stessa sopravvivenza. Tra tentativi di fuga falliti nel contesto di natura bellissima ma implacabile, il protagonista entra in contatto con una maestosa tartaruga rossa che potrebbe non essere quello che sembra.

 tarta 3

Privo di dialoghi e con personaggi spersonalizzati, La tartaruga rossa è un “film-meditazione” che scorre con delicata lentezza pur proponendo immagini fortissime, che parlano allo spettatore attraverso le nude sensazioni. De Wit concentra tutta la sua opera in un intelligente gioco di luci, colori e suoni in cui nulla viene affermato esplicitamente ma in cui ogni sequenza vuole suggerire una determinata emozione e suscitare una riflessione privata. Le figure umane, di una piccolezza romantica rispetto alla complessa enormità della natura, si muovono in un contesto in continua mutazione che, se un momento prima induce chi guarda a una serena contemplazione, quello immediatamente dopo può provocare intense ansie e paure. Il nostro naufrago può sguazzare nelle belle acque cristalline della sua isola per poi rischiare di morire intrappolato dietro un masso, e può intrattenersi con dei simpatici granchietti: mascotte vagamente dinseyane che gli girano intorno nella speranza di pasteggiare con i suoi resti una volta morto.

tarta 4

La tartaruga rossa è un’opera bivalente, sempre divisa tra il realismo (in particolare nella prima parte) e un lato più romantico e onirico, proprio come la natura stessa. Durante la visione del film lo spettatore è naturalmente portato (forse dalla stessa tradizione cinematografica?) a cercare per l’uomo tutta una serie di scappatoie illusorie. “Ora farà questo e riuscirà a fuggire dall’isola”, pensiamo; “Questa creatura lo aiuterà a scappare”; “Prenderà il largo con la sua zattera proprio come in Cast Away”. Qui, però, non c’è ritorno a casa per il nostro naufrago, solo una vita diversa in cui ciò che sembrava inconciliabile (il corso esistenziale di un uomo industrializzato e la natura selvaggia) diventa possibile. Dopo Father and Daughter, de Wit torna sul tema della regolarità del ciclo della vita, questa volta legandolo e contrapponendolo dialetticamente all’apparente irragionevolezza della natura. Sia a livello tematico, sia per le scelte stilistiche – maestosi e cangianti sfondi a carboncino vs figure umane stilizzate dai contorni netti – ciò che viene fuori è un’opera di tensioni continue che ricorda, per certi versi, i principi cinematografici delle avanguardie russe.

Okay, abbiamo finito di tirarcela. Il film è bello sì. Non perdetevelo.

VOTO: 8


Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.