READING

Vi presento Toni Erdmann

Vi presento Toni Erdmann

Vi presentiamo Toni Erdmann. Vi presentiamo il miglior film del 2016 – so far. Già l’anno scorso, durante il Festival di Cannes a cui partecipammo da assoluti protagonisti, fu tutto uno sbrodolarsi dei critici e dei giornalisti dopo la proiezione del film tedesco di Maren Ade. Toni Erdmann era il favorito numero uno alla conquista della Palma d’Oro, la commedia acida definitiva sul rapporto genitori-figli, sull’Europa di oggi, sul generation clash, sull’importanza del weird nella vita, tutti a consigliarselo in sala stampa e…e poi la giuria presieduta da George Miller ha deciso di premiare l’ennesimo bollettino socio-impegnato del Labour firmato da Ken Loach aka Io, Daniel Blake. Ok, dolce, pacioccoso, un pelo più solido delle ultime robe vetero-sindacaliste tipo Jimmy’s Hall, ma un microbo cinematografico in confronto a Vi presento Toni Erdmann, che tra l’altro parla della crisi economica europea in un modo altrettanto incazzato.

Uno dice poco male, tanto il film di Maren Ade ha fatto sfaceli nei festival di tutto il mondo, ha vinto il FIPRESCI, ha vinto l’European Film Award, vero, tutto vero, se non per il fatto che arrivato alla finalissima dell’Oscar per il miglior film straniero Toni Erdmann ha visto la propria strada sbarrata nuovamente dalla politica. In pieno uragano-Trump e muslimban, l’Academy ha deciso di assegnare la statuetta all’iraniano Il Cliente. Peccato. A riguardo, vi rimandiamo genericamente a questo tweet in punta di fioretto di Conor McGregor.

 Toni-Erdmann2

Bucharest. Ines (Huller) è una manager tedesca super-carrierista che lavora in una società di consulenza che aiuta le big corporations a de-localizzare in paesi dove il lavoro costa meno. Fredda, spietata, ma anche sfruttata, sola e abbastanza goffa, Ines riceva la visita inaspettata di Winfried (Simonischek), padre ex hippy/ex sesantottino, insegnante di pianoforte in pensione con una passione particolare per tutto ciò che può essere definito weird (tipo mettersi dei denti finti da orco, ma anche dire al postino di aver un gemello terrorista e poi presentarsi con occhiali da sole sostenendo di essere il gemello). Il cucù inaspettato alla figlia stressata e busy, ad ogni modo, non può che finire in un disastro di imbarazzi e silenzi. Così, convintosi che Ines sia infelice e che abbia bisogno di una scossa, Winfried rimane a Bucharest e crea il personaggio Toni Erdmann, sorta di freak con dentoni e parrucca che si infila nella vita della figlia, sabotandola a colpi di gaffes, bizzarrie e stranezze. Ines, dopo un inizio scioccante, si lascerà lentamente andare…

thumb_1354_film_film_big

C’è tantissima roba dentro Vi presento Toni Erdmann. Come ogni grande regista-autore che si rispetti, Maren Ade ha un’idea espansiva del cinema: no al filmino a tesi, no alla storiella tutta costruita intorno ad un solo messaggio (vedi Ken Loach così en passant), no al classico percorso deleuziano ‘equilibrio-rottura dell’equilibrio-ricostruzione dell’equilibrio’, no alla commedia di genere classica. Toni Erdmann, come il suo omonimo protagonista, scompiglia le carte.

Iniziamo dalle cose più leggere. Il film tedesco è innanzitutto un elogio del weird, della stranezza, della rottura degli schemi, del far saltare gli equilibri asfissianti del mondo corporate aziendale attraverso un assurdismo in stile Antonio Rezza/Ionesco. Con il suo atteggiamento kamikaze, Winfried/Toni riporta un po’ di umanità (e forse Umanesimo) nel triste mondo lavorativo contemporaneo, tutto mental coach, cattiveria, sguardi affettati, frasi di circostanza e – alla fine – soppressione della propria personalità. Le scene del party finale e dell’incontro con l’amministratore delegato, per dire, fanno venire voglia di alzarsi in piedi ed esultare come allo stadio.

hqdefault

Il film tuttavia non si limita a prendere in giro il mondo del lavoro con un po’ di scenette comiche (e alla fine innocue). No, perché – come dimostra all’uopo la foto sopra – Toni Erdmann è un’opera girata da una donna con protagonista una donna. Senza farsi troppi gargarismi con la retorica neo-femminista o scene madri con il violino, il film mostra con realismo brutale il maschilismo (inconsapevole, indiretto, diretto) che serpeggia nelle aziende di oggi. E l’apparente imparzialità della regia statica (un po’ Haneke sotto cannabis, un po’ Kaurismaki) permette ad un maschio di vedere, di notare cose che forse prima non notava.

Uno dei punti più alti dell’opera è il modo in cui mette in correlazione il maschilismo aziendale con il razzismo velato dei tedeschi nei confronti dei rumeni. Sfruttata e non rispettata dai suoi colleghi maschi tedeschi, Ines si rifà sul collega/amante Tim (Putter), umiliandolo e trattandolo come una puttanella. Insomma, non ne esce bene la Germania Merkeliana dal film, descritta come un paese con un atteggiamento semi-suprematista nei confronti della Romania, ultima arrivata in UE e utilizzata come giocattolo dove de-localizzare e e fare i propri interessi sulla pelle degli abitanti. E Ines, tagliatrice di teste, sfruttata e sfruttatrice, è una bellissima impersonificazione dell’Europa di oggi in balia della Globalizzazione, come Winfried/Toni lo è degli ex hippy baby boomers, totalmente scollati dalle generazioni di oggi.

E veniamo al tema principale del film, quello che fa contemporaneamente ridere e piangere a dirotto: il rapporto padre-figlia. Nonostante le scene adorabili e divertenti affollino il film, Toni Erdmann è un film di una tristezza infinita sull’impossibilità di trovare un vero contatto affettivo con i propri figli/genitori. Il simpatico Winfried deve ricorrere a tutto il suo armamentario weird per sciogliere la figlia proprio perché come padre ha probabilmente fallito, avendo creato una specie di cyborg che alla domanda “sei felice, hai una vita?” risponde “in che senso? Intendi andare al cinema o cose così?”. E alla fine, se Winfried riesce a insegnare qualcosa a Ines (l’umorismo, il prendersi in giro, saper scherzare di nuovo), il rapporto tra i due non rinasce lo stesso: Ines rimane con i denti da orco e un cappello da imbecille a guardare l’orizzonte, forse serena, forse di nuovo persa, forse entrambe le cose. Di sicuro, sola. Il padre può uscire di scena.

VOTO: 9

 


Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.