Brimstone

Veramente brutto. Era da un po’ di mesi che non mi imbattevo in una ciofeca così universale. Ormai tra postmodernismo, metacritica e citazioni delle citazioni non si riesce più a distinguere il bello dal brutto intenzionale, il figo dal kitsch e il risultato è che ogni film trova sempre estimatori e detrattori. Nymphomaniac, The Neon Demon, Enter the void, Spring Breakers, Allied, Only God Forgives, Personal Shopper, voi avete capito se sono belli o brutti? Io un’idea ce l’ho ma so che per ogni titolo ci sono sette opinioni diverse e a volte penso di non averci capito nulla. Invece con Brimstone no. Il film dell’olandese Martin Koolhoven, presentato a Venezia 2016, è genuinamente brutto. La cosa è in un certo senso rilassante.

Siamo nel Wild Wild West americano dell’Ottocento. Liz (Dakota Fanning) è un’ostetrica muta che vive in uno sperduto paesello insieme a marito e figlia. Un giorno arriva un misterioso Reverendo (Pearce) dai modi inquisitoriali e Liz va totalmente in palla. Terrorizzata e confusa, finisce per fracassare il cranio ad un neonato durante un parto. La comunità ora la odia. Il Reverendo, con atteggiamenti da Torquemada, afferma che Liz ha ucciso il bambino e va punita. Perché la donna è terrorizzata dall’uomo? Perché il Reverendo sembra avercela con lei? I due si conoscono già? Perché Liz è muta? Attraverso quattro capitoli organizzati non cronologicamente, scopriremo tutti i torbidi del passato dei due.

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la giovane Liz di fronte agli orrori del West

Partiamo dal regista. Martin Koolhoven è un 47enne olandese con questa faccia qui che nel paese degli spinelli e dei mulini è un king del botteghino. Venuto fuori con una commedia sui turchi in Olanda (Schnitzel Paradise, 2005), ha fatto il botto con il polpettone bellico Winter in Wartime (2008), film che la pagina wikipedia del regista ci tiene a sottolineare abbia battuto Twilight e Il Cavaliere Oscuro negli incassi olandesi. Come sia passato in testa ai selezionatori di Venezia che un soggetto così potesse ambire al Leone d’Oro è un mistero, fatto sta che Brimstone, il suo nuovo film prodotto da Olanda e Francia e forte di un cast internazionale in cui sbuca anche John Snow, è finito in concorso in Laguna, dove è stato preso a calci da circa il 100% dei critici.

Brimstone è una specie di western torture/revenge thriller “d’autore” che, tanto per cominciare, si prende tremendamente sul serio.  Diviso in quattro capitoli dai nomi biblici – Rivelazione, Esodo, Genesi, Castigo – procede fiero e presuntuoso per due ore e mezza trasformando ogni frase dei personaggi in un editto/sentenza solenne sulla vita, sulla violenza, sul dolore, sul peccato. Koolhoven però non è William Shakespeare e il sentenziare continuo del film su temi altissimi assomiglia molto a quello di un ubriaco terminale al pub che parla di signoraggio bancario.

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l’America civile e protofemminista dell’800

La struttura a incastro che non segue un ordine cronologico non sarebbe invece male, riuscendo qualche volta a creare del mistero intorno alla natura del rapporto tra Guy Pearce e Dakota Fanning. Il film si muove per 3/4 a ritroso, ripercorrendo gli orrori di cui è lastricato il passato della povera Liz.   Il problema di base di Brimstone è però quello di non avere la più pallida di idea di cosa significhino le parole “ritmo” e “gusto”, accumulando una serie di scene di bassa macelleria (lingue strappate, museruole, frustate ai bambini, stupri, arti disarticolati) potenzialmente suggestive ma totalmente anonime. Koolhoven non è capace di filmare la violenza ma ne satura il suo film. Gli stessi omaggi alla pittura fiamminga, a Bosch, all’Inferno Dantesco, a La morte corre sul fiume, a Meridiano di sangue di Cormac McCarthy sono grezzi, brutali, fuori luogo.  Il risultato, sommato al pontificare trombone su Bibbia, Satana, peccato, Dio, colpa, redenzione, amore etc etc, è un film che sembra l’opera di un carpentiere che ha deciso di colpo di chiudere con le casseforme e di fare un dipinto preraffaellita, o di un gorilla che recita una poesia di Mallarmé in un bistrot parigino.

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seminario sull’overacting tenuto da Guy Pearce

Sul finale il film sembra recuperare un leggero interesse, raccontando le sorti degli immigrati olandesi nell’America fanatica puritana del Great Awakening e mostrando la forte misoginia di cui era imbevuto quel mondo religioso, ma tutto viene trattato con lo stesso tratto dozzinale di cui si diceva sopra.

Gli attori? Imprigionati in un overacting esagitato e stucchevole, sono pessimi dal primo all’ultimo. Cucchiaio di legno a Guy Pearce, villain più invulnerabile e logorroico di un cattivo a caso di Metal Gear Solid. Dakota Fanning è protagonista della scena horror/action più ridicola dell’anno: si lussa le spalle da sola facendo smottare la tomba ideale di Riggs di Arma Letale 2.

Su puritanesimo, violenza, orrore, fanatismo è più pregno un frammento casuale di 2 secondi di The Witch che le due ore e 28 minuti di questa roba.

Veramente brutto.  Ci voleva.

VOTO: 4.5


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