Manchester by the Sea

Tristezza a palate diceva Mariottide qualche anno fa. E lo si può dire anche per Manchester by the Sea, il bel film di Kenneth Lonergan.

Manchester by the Sea è la storia di Lee Chandler, membro di una famiglia di modesti lavoratori del Massachusetts, che dopo la morte improvvisa del fratello maggiore Joe viene nominato tutore legale del nipote. Lee conduce una vita solitaria a Boston ed è ancora tormentato dal proprio tragico passato, che lo ha allontanato dalla moglie Randi e dalla comunità in cui è nato e cresciuto, ed è costretto a tornare nella cittadina d’origine, dove torna a contatto con il passato.

Casey che spala neve (triste) a palate.

Manchester by the Sea entra nella categoria “drammi con l’Adagio di Albinoni in colonna sonora”. Ovvero, come buttare benzina sul fuoco della tristezza dilagante. Anche senza spingere il pedale sull’acceleratore dei sentimenti e dei momenti emotivi (il film non lo fa mai, rimane lucido e distaccato), la colonna sonora del film di Lonergan però di certo non aiuta.

Il regista, anche sceneggiatore, torna e per una volta vince la sua battaglia di distribuzione, a sei anni da Margaret, bistrattato film con Anna Paquin protagonista, rimontato più volte, abortito, poi ripreso da altri, e infine uscito malamente in pochissime copie. Anche lì una faccenda da mina emotiva con di mezzo un incidente stradale e un processo. Bè, non se l’è visto praticamente nessuno, e ora invece con Manchester ha la sua rivincita.

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Manchester (o anche Tristezza) by the Sea è un film, oltre che di scrittura, di recitazione. Ed è un film di Casey Affleck più di tutti. Parte dell’anno per lui, se non ruolo della vita, si merita ampiamente il premio Oscar. Tra scazzottate nei pub, sbronze da gestire, sguardo perso e occhi lucidi, Casey da il meglio di sé nel rappresentare questo personaggio tormentato, in preda ai sensi di colpa. E’ lui il vero centro del film, affiancato da un buon cast, a cominciare dal bravo Lucas Hodges, giovane attore nel ruolo del nipote, vero co-protagonista del film.

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E per rimanere in clima il contesto non è da meno: porti, periferie, neve, tubi idraulici, gabbiani, barche sul mare. Tutto coerente con una certa sfiga generale che ammanta il film. Che rimane in un miracoloso equilibrio tra “film per la tv della domenica pomeriggio su rapporti famigliari difficili e lutti da gestire” e un buon prodotto semi-indipendente che non fa sconti o ricatta con scene accattivanti di nessun tipo. Infatti in Manchester non c’è né una sequenza distensiva stile “brano rock motivante in sottofondo a un viaggio in auto” con sorrisi di speranza, e neanche una redenzione di solito richiesta dallo spettacolo – si veda il finale di Gente Comune di Robert Redford (uno dei premio Oscar più dimenticati di sempre) – .
Casey in uno dei momenti più sereni del film.
Se il presente, e la sua necessità di capovolgimento, di riscatto delle speranze e della reazioni, è il vero fulcro pulsante del film, è nel passato che ricade un po’ nella programmaticità, tra flashback e più o meno canonici ricordi di dispiaceri. Forse è in questo ritmo tra passato-presente che si perde un po’ di naturalezza della “vita che accade” che arriva in faccia a Casey Affleck e suo nipote. E lì si veleggia un po’ in acque monotone, dove tra la tristezza e la noia, si scelgono entrambe. Problemi che tuttavia non tolgono l’anima di un film vero e sentito, che probabilmente rimarrà più per l’interpretazione del protagonista, che per grandi momenti di cinema.

VOTO: 7


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