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Clermont-Ferrand 2017: il Festival della marmotta

Clermont-Ferrand 2017: il Festival della marmotta

Si è conclusa sabato 11 febbraio la 39esima edizione del Festival du Court Métrage di Clermont-Ferrand, la mecca di ogni “cortista”, la “Cannes dei cortometraggi”, il tempio del cinema breve mondiale, la bolgia del di tutto e di più, dai corti indipendenti a Canal+. Appuntamento consolidato e ormai storico per addetti ai lavori, registi, produttori, distributori e migliaia di appassionati, uno spazio “settoriale” del corto che mantiene altissimi i numeri e le presenze di spettatori ogni anno (solo la monumentale Sala Cocteau della Maison de la Culture conta più di duemila posti), per cifre che si possono accostare solo a quelle di Cannes.

La Maison de la Culture di Clermont: tra il socialismo culturale e il Waldorf-Astoria Hotel.

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Come è stato giustamente definito Clermont è il “groundhog day of the festivals”, un ritrovo in parte festoso in parte professionale di un gruppo di persone che lavorano nello stesso ambito, parlano delle stesse cose, fanno girare i film tra di loro, e si sostengono e esaltano a vicenda. E tutto succede al marchè del Festival, ovvero il Short Film Market: un’enorme esposizione di enti istituzionali e produzioni da tutto il mondo lavorano e si scambiano film, prodotti culinari e alcolici. Un microcosmo che si ritrova ogni anno più o meno nelle stesse cose, le stesse feste, gli stessi luoghi, le stesse persone, le stesse situazioni. Ogni anno praticamente uguale. Dall’aperitivo sfavillante degli svizzeri presso il pluristellato Hotel Oceania (chimera per chi volesse dormire bene e si accontenta di un materasso per terra), con tanto di catering in smoking e alzate di formaggi e tartine di vario tipo, è il classico appuntamento immancabile di scrocco d’alto livello dei neofiti e degli appena arrivati in città: quel gustoso pastiche di moquettes sporca di vino e pezzi di formaggi grassi e giubbotti e borsine odor petrolio accatastate negli angoli dei guardaroba e sotto i tavoli. Ad un certo punto l’aperitivo svizzero diventa una specie di festa di compleanno o cresima dove tutti sono a disagio, e c’è il doppio di gente di quando è iniziata, aria pesante e sudore si fanno sentire, chi esce a fumare è fortemente in dubbio all’idea di ritornare dentro. Quest’anno bisogna ammettere un po’ meno bolgia del solito, motivata anche dalla apparentemente rigida selezione all’ingresso con tanto di listone dei nominativi. Mentre per la seconda serata l’appuntamento classico è l’accoppiata doppiomaltosa Festa tedesca e a seguire Festa portoghese, con sempre musica discutibile, ma un ottimo parterre eterogeneo di gente trasformata rispetto al mattino in cui la incontri al marchè.

Il marchè di Clermont al massimo della frequentazione: gli aperitivi delle 17.30.

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Scatti dell’aperitivo italiano: persone che non hanno mai visto una forma di Grana Padano©.

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Bè Clermont è un po’ così, tra il giorno della marmotta e il domandarsi “ma questa gente cosa fa tutto l’anno quando non c’è il Festival?” e soprattutto: “Non mangiano da quanto?”. Il buffet di prodotti emiliano-romagnoli© a cura di Concorto è stato un grande, grandissimo successo, e ha toccato l’apice finale all’arrivo del direttore di Tampere Film Festival Jukka-pekka Laakso sotto le note e le parole di Bandiera Rossa, che si è cantata tutti in coro per festeggiarlo: un giusto omaggio dell’antica amicizia socialista tra Finlandia e Italia.

Il logo del Suomen Kommunistinen Puolue, Partito Comunista Finlandese. Si possono notare le due ciminiere visibili dalla stazione di Piacenza, simbolo della fratellanza tra i due popoli.

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Tralasciando ulteriori digressioni sulla vita mondana della settimana, entriamo nel vivo dei film in gara. Concorso non proprio esaltante quello di quest’anno, qualche piccolo gioiello, in un marasma poco compatto di cose di livelli molto diversi. Anche la stessa sezione Labo (grande concorso parallelo dedicato ai corti più “sperimentali” non collocabili come puramente narrativi o fiction) non era proprio delle migliori, ma comunque rimane nettamente più interessante che quella International, sorta di crogiolo poco riuscito.

Tra i premiati Labo, sia dalla giuria che dal pubblico, è Hopptornet di Maximilien van Aertryck e Axel Danielson, simpatica sorta di documentario svedese che diventa analisi sociale: la reazione di un gruppo di aspiranti tuffatori sopra un trampolino di dieci metri. Si può vedere sul sito del New York Times:

Lavoro interessante è quello di Hayoun Kwon con 489 Années, sorta di doc-animazione costruito attorno alla realtà virtuale con grafica da videogame, ambientato sul confine tra Corea del Nord e Corea del Sud. In Labo si poteva rivedere anche la sempre bella animazione Decorado di Alberto Vazquez, ormai piccolo classico visto anche a Concorto 2016 e in mezzo mondo. Interessante l’operazione del tedesco Tim Weimann con United Interest, che mescola immagini in bianco e nero storiche con animazioni colorate, e riflette sul sulla storia e sul #capitalismo.

Det Sjunkne Kloster del danese Michael Panduro affascinante e curatissima stramba fiction di un uomo di mezza età e la sua quotidianità malata (si cola del piombo fuso dentro una ferita sulla gamba, si tromba una donna morta estratta dal fiume con un filo). Interessante il fatto che sia ispirato da una novella di Hans Christian Andersen. W la necrofilia Hans.

For real tho di Baptist Penneticobra è il corto tra quelli visti più sbandato della sezione: a metà tra gangsta e meta-fiction con sguardi in camera, un gruppo di giovani si presentano per partecipare a un film. Non male. Menzione speciale della Giuria.

Killing Klaus Kinski di Spiros Stathoulopoulos è un piccolo gioielli al confine tra documentario e mockumentary, ambientato durante le riprese di Fitzcarraldo di Werner Herzog. Affascinante e anche furbetto. Herzog tira sempre tra i cinefili.

Lo sguardo di Kinski nella locandina ci ricorda che avrebbe ucciso tutti i responsabili di questo film, fosse vivo.

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Dopo il viso di Kinski, quello di Barbieri, deus ex machina dello stand italiano di quest’anno. Qui in uno scatto tra Lev Trockij e Franco Grillini.

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Welcome home Allen è  invece una sorta di enorme piano sequenza di un gruppo di mezzi vichinghi, quando presto si scoprirà che sono all’interno delle riprese per un film e Shit è il corto più folle visto quest’anno a Clermont: un’assurda e malassortita coppia di cinesi che “fanno cose strane”. Riprese ravvicinatissime, colori saturi e sparati a mille, montaggio da effetti stupefacenti e “Internazionale” cantata a squarciagola in cinese sui titoli di coda. 30 minuti, e dopo dieci vuoi morire.

Green Screen Gringo di Douwe Dijkstra è il documentario vincitore della sezione. Uno corto spiazzante sul Brasile di oggi, visto dagli occhi un visitatore e il suo schermo verde che viene trasportato in giro. Sorta di pamphlet sulle stramberie della vita moderna brasiliana ma non solo, l’occhio non è mai banale o gratuito. Bel lavoro.

Passando alla principale sezione, International Competition, le cose come si diceva non sono eccelse, ma ci sono dei bei lavori.

Dekalb Elementary di Reed Van Dyk, è il vincitore di questa edizione, corto di una freddezza micidiale, venti minuti di immersione diretta e realistica di un gruppo di ostaggi da parte di un paffutello armato ad Atlanta. Niente di trascendentale o inedito, ma tiene lì, ed è già molto. Bellissima animazione quella di Sredi Chernih Voln della russa Anna Budanova, poetica e rarefatta. Un’artista da tenere d’occhio. Anna di Or Sinai, israeliano, tra un ritratto di mezza età e “vita vera” lascia il segno per la straordinaria interpretazione della protagonista Mikki Leon. L’animazione Cipka della polacca Renata Gasiorowska a tratti esperimento freudian-onirico-puerile, poi prende il largo con un trip quasi lisergio, e poi torna normale. Un po’ boh, ma carino.

Premio Speciale della Giuria a Home di Daniel Mulloy, vincitore anche ai BAFTA e miglior film allo Short of the Year (premio della conferenza dei più importanti Festival del mondo), già visto a Concorto la scorsa estate, sonora batosta su una famiglia rifugiata in un futuro non proprio fantascientifico.

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Con sana alegria di Claudia Muniz, da Cuba, è la storia di una giovane badante tatuata e della sua vita notturna: una vita “bipolare” riuscita e sincera, girato molto bene. Brava e bella la protagonista. Sigismond sans images del canadese Albéric Aurtenèche è la dolaniata di turno, riuscito in parte, mentre decisamente riuscito, anche se troppo lungo (30 minuti) è Wannabe di Jannis Lenz, il racconto della vita di una youtuber, molto attuale, desolante e in parte raggelante, altro corto quota Sbandati valido. Come premio vince una candidatura agli EFA.

Ecco il trailer:

 

All’anno prossimo Clermont. Sarà tutto più o meno uguale.

 


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