Arrival

Sono sbarcati gli alieni. Il velo di mistero che ha accompagnato il film di Denis Villeneuve fino ad oggi finalmente sparisce e ci ritroviamo davanti ad un film sorprendente, destinato a diventare il termine di paragone per qualsiasi uscita futura in ambito di fantascienza e ufi. C’era molta curiosità sul come avrebbe trattato il tema alieni il regista di Sicario e Polytechnique (anche se non è che ci aspettassimo Independence Day, ovvio) e Villeneuve è riuscito a stupire oltre ogni aspettativa, realizzando un film che viaggia su più livelli e che fa contenti tutti, dai nerd con il poster di X-Files al pubblico più emo a quello generalista.

Perchè Arrival è un gran film.

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La storia è riassumibile in un paio di righe: arrivano sulla Terra dal nulla 12 ufi e si posizionano a caso sul mappamondo. In America il disco volante atterra in Montana. Il Governo per capire cosa vogliono i nuovi arrivati coinvolge un fisico (Jeremy Renner) e una linguista (Amy Adams) e li spedisce all’interno del disco per cercare di comunicare con gli alieni.

Ho parlato di più livelli sul quale il film si snoda perchè Arrival è contemporaneamente un film sugli alieni nel senso stretto del termine, un film sulla comunicazione e sul linguaggio e un film che vuole filosofeggiare sull’uomo e sulla sua concezione del tempo e della vita. Il più grande merito di Villeneuve è proprio quello di esser riuscito a far convivere questi tre temi in maniera naturale e armoniosa, riuscendo in un’impresa in cui altri si erano avventurati fallendo più o meno miseramente (vedi Nolan con Interstellar e le sue librerie).

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L’approccio di Villeneuve all’ufo-movie è già di per sè rischioso: in un’epoca nella quale sbarco alieno è sinonimo di minaccia e distruzione, il regista canadese ci presenta degli alieni buoni, che non solo non ci attaccano ma cercano addirittura di aiutarci. Per la rappresentazione degli extraterrestri Villeneuve pesca dritto dalla tradizione del genere senza inventarsi robe strane o new age, quindi eccoli lì coi loro bei tentacoloni giganti (sette, da qui il nome eptapodi che viene loro assegnato) tipo Kang e Kodos dei Simpson. Non ci sono esplosioni (una sola, piccolina) nè inseguimenti in cielo in Arrival: gli alieni ci sono, visibili ai due studiosi attraverso una sorta di schermo gigante trasparente all’interno del disco, si palesano subito, ma non vogliono combattere, vogliono comunicare con noi e condividere la loro arma.

Comunicazione e condivisione, parole chiave all’interno del film. Il discorso sulla comunicazione è quello principale, anche perchè quasi tutto il film vede impegnati Amy Adams e Jeremy Renner nel cercare di decifrare il linguaggio degli alieni, che comunicano spruzzando stile seppie una specie di inchiostro che crea dei cerchi  un po’ sbavati, tipo fondo di tazzina da kaffèè. Mentre i militari vogliono solo sapere se Tom e Jerry (questi i nomi dati agli alieni nella versione italiana. In quella originale si chiamano Abbott e Costello che da noi sarebbero Gianni e Pinotto, quindi capite perchè si è deciso di puntare sul gatto e il topo dei cartoni) vogliono distruggerci, Amy Adams si concentra da subito sul linguaggio, cercando di convincere tutti che la comprensione delle loro intenzioni passa dalla comprensione del loro linguaggio. Si apre così tutta una discussione sulla teoria Sapir-Whorf, che in soldoni dice che il linguaggio influenza pesantemente il funzionamento del cervello. In pratica imparando la lingua degli eptapodi, saremmo in grado di pensare come loro, aprendo alla nostra mente inaspettate possibilità. E’ quello che accadrà alla Adams.

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Il discorso sulla condivisione è invece quello un po’ più spicciolo e sul quale non vale la pena soffermarsi: basta divisioni e guerre, se gli alieni vogliono condividere con noi umani il loro dono più grande, perchè noi umani continuiamo a farci la guerra tra di noi? Basta, smettiamola, e vogliamoci bene nel nome degli alieni che non vale la pena litigare, nemmeno coi Cinesi. Ecco, siamo da ste parti.

E’ invece più bello e potente il modo in cui Arrival ci invita a riflettere sulle nostre vite, mettendo l’elemento tempo al centro di tutto. “Se potessi vedere la tua vita dall’inizio alla fine, cambieresti qualcosa?” è la domanda della Adams a Renner alla fine del film, una domanda che nasce dal nuovo modo che la donna ha di guardare alla sua vita, una visione non rivolta solamente al passato e al presente ma anche al futuro. Futuro del quale, grazie al dono degli alieni, adesso conosce ogni particolare. Insomma, Villeneuve e gli alieni ci invitano a disfarci della nostra concezione di inizio e fine (della vita, dell’amore, di tutto) per osservare gli eventi della nostra vita da lontano e avere una visione completa e più equilibrata. E’ la palindromo-vision. Attraverso questa visione universale ci si può avventurare con meno paura in gioie immense, anche con la consapevolezza che poi arriverà il buio. Perchè sono i momenti felici (e il ricordo di questi) a dare un senso alla nostra esistenza e non esiste tragedia che li possa cancellare. Tutto molto bello, tutto molto emo, piangiamo tutti insieme.

Tutto questo filosofeggiare sulla vita e su noi umani non toglie ad Arrival una potenza visiva incredibile, con Villeneuve che passa senza problemi dalle panoramiche mozzafiato sui dischi volanti agli stretti spazi delle tende della base militare, passando per quella sorta di zona fuori dal tempo che è l’interno dell’ufo. Senza contare il crescendo finale, nel quale contemporaneamente spuntano Malick e Nolan a farci ciao con la manina mentre la vita della protagonista ci passa davanti e il meccanismo del film viene svelato.

Arrival consacra Villeneuve come autore a tutto tondo che può mettere la lingua in bocca al cinema commerciale mantenendo intatta tutta la sua credibilità. Ma Arrival è anche e soprattutto una grossa iniezione di fiducia per tutto un genere, quello fantascientifico o sci-fi che dir si voglia, che si spera possa trarre da questo piccolo capolavoro le energie giuste per intraprendere una stagione brillante, senza navicelle che si sparano o paraculate senza senso.

Grazie, Gianni e Pinotto.

VOTO: 8


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