Una Serie di Sfortunati Eventi

Eh sì, il gioco si fa duro con Netflix. Dopo aver fatto il botto con Stranger Things, The Crown e annessi, la nota azienda di distribuzione ameregana ha in mente di spingersi sempre più in là salutando molti dei vecchi contenuti “in prestito” sulla piattaforma per dare spazio alle produzioni originali. Le 600 ore di intrattenimento del 2016 dovrebbero diventare almeno 1000 nel 2017 ed è stato previsto un aumento di budget di un buon miliardino. Vabbè, già si sapeva che Netflix navigava in ottime acque e in mezzo alla fiumana di successi della compagnia l’ultimo prodottino non ha fatto eccezione. Parlo del nuovo adattamento di Una serie di sfortunati eventi (dello scrittore Daniel Handler/Lemony Snicket), scodellato online lo scorso 13 gennaio e diventato già un successo di critica e pubblico. Fatto bene? Sì. Fresco? Meh.

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La storia la conoscete. Dopo che un incendio uccide i loro ricchi genitori e rade al suolo la loro casa, Violet, Klaus, e Sunny Baudelaire si ritrovano nelle mani di un malvagio attorucolo detto Conte Olaf (Neil Patrick Harris), disposto a tutto pur di impossessarsi dell’enorme fortuna dei suoi figliastri. Mentre cercano di sottrarsi alle grinfie del cattivo e di sopravvivere a quel nuovo mondo senza amore, i ragazzini si ritrovano a indagare su una misteriosa società segreta di cui, a quanto sembra, anche i loro genitori facevano parte.

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Rispetto al film del 2004 – in cui l’unico elemento notabile era il caro Jim Carrey – questo è sicuramente un bel passo avanti. Oltre a essere stilisticamente pregevolissima, la nuova serie non è solo ben fedele alla fonte originale sul piano narrativo ma anche e soprattutto su quello delle atmosfere (il nome di Daniel Handler figura tra i produttori esecutivi e gli sceneggiatori). Ora, potrei stare qui a parlare dei significati metaforici di Una serie di sfortunati eventi, di incomunicabilità generazionale, traumi della crescita, goth-steampunk, humor nero, postmodernismo, Wes Anderson, Harry Potter e compagnia bella ma dal momento che non voglio annoiarvi – e annoiarmi – arriverò direttamente al punto. A prescindere dai vari difettucci che può avere la serie (i due lead, ad esempio: più piatti di un pancake), qui Netflix ha cercato di dare una svecchiata a un genere che, almeno sugli schermi, ormai ha ben poco da offrire. In sé e per sé questo pseudo-bartonesque l’abbiamo visto in tutte le salse e da qualche anno ha anche cominciato ad assumere una sorta di qualità grigiastra piuttosto insignificante (qui qualche parola sul recente Miss Peregrine). Perché, allora, Una serie di sfortunati eventi sta piacendo così tanto?

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Il fatto è che Netflix ha saputo vestire lo show con dei significati nuovi e molto più attuali. Questa cosa si vede fin dall’inizio. I continui riferimenti meta-televisivi sparsi per gli episodi (ripetuti dalla sigla, dal narratore, finanche dai personaggi stessi) e le ricorrenti battute antifrastiche (Netflix ci raccomanda più volte di non guardare il suo stesso show in quanto “miserabile e deprimente”) mettono Una serie di sfortunati eventi in un contesto di adeguatezza al presente strizzando “simpaticamente” l’occhio all’utente medio di Internet e, in particolare, dei social. L’avete notato? Nel mondo internettiano, dove la gente passa ore ad “aprire finestre” sulla vita altrui, essere sfigati come i Baudelaire va quasi di moda. L’essere “povery”, mezzo depressi, senza amici e così via è ora un qualcosa da esagerare e “condividere” tra millennials malmostosi, “delusi” dal fatto che gli agi del mondo contemporaneo non si traducano necessariamente in una vita appagante. Come si fa, dunque, a non appassionarsi alle disperazioni di tre innocenti fratellini “Instagrammers”? E tuttavia, se spogliamo lo show di simili furberie, questa prima stagione di “Una serie di sfortunati eventi” (che comunque consigliamo caldamente ai fan di Daniel Handler), non può non mostrare una natura di base piuttosto insipida, fredda e fin troppo calcolata, in parte simile a quella di Stranger Things.

VOTO: 6,5


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