Atlanta

Con colpevole ritardo Atlanta viene trasmessa in Italia a partire da questa settimana. Visto che prima, a causa del mio colpevole ritardo, non ne avevo parlato, cercherò ora di spiegarvi perché Atlanta è sicuramente nella mia top 3 delle serie tv uscite nel 2016.

Primo punto, forse il più importante: Donald Glover (che per fare il verso al suo famoso disco Because the internet dovremmo chiamare Childish Gambino) è un ragazzo prodigio parlando del quale non puoi non ammettere che qualunque cosa tocchi finisca per puzzare di qualità o comunque di volontà di fare un bel lavoro. Ma la volontà ce l’hanno in tanti, Donald ha anche il talento. Il nostro ha esordito alla grande con 30 Rock, passando poi per quella piccola gemma che fu Community, fino a sfociare in una carriera musicale partita tra le critiche dei concorrenti rapper, ma divenuta sempre più solida e sfavillante di disco in disco. Fermiamoci qui: Atlanta è una metaforica sintesi di tutto questo. Di questa serie Glover è il creatore, lo scrittore di gran parte degli episodi e il regista di due. Una questione abbastanza personale, si potrebbe dire. Aggiungiamoci che, mentre la serie tv veniva trasmessa, Glover aveva anche in uscita un disco: quale migliore strategia di marketing se non piazzare la copertina dello stesso su una libreria durante la puntata subito precedente all’uscita del singolo?! Piccolezze, dettagli, ma è proprio in questi che si nota quando un lavoro è progettato meglio di un altro, e visto che stiamo parlando di Atlanta (la città) e di musica, vi assicuro che gli amanti degli Outkast avranno sicuramente di che sorridere, più di una volta, durante il corso delle puntate.

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Atlanta racconta la storia di Earn, un ragazzo che vive alla giornata, tra lavori di fortuna e una relazione abbastanza confusa con la bella Van, con cui ha una bambina. Povero ma giovane e pieno di speranze, scopre che suo cugino ha intrapreso la carriera di rapper, parallelamente a quella di spacciatore. Decide così di diventare il suo manager, barcamenandosi tra situazioni abbastanza assurde e cronache giornaliere della vita di un ragazzo di colore, senza soldi, che sogna una carriera nella musica e che non è ancora sicuro di cosa vuol fare della propria vita sentimentale.

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Atlanta è una serie moderna, una di quelle che si è lasciata dietro le vecchie serie tv e ha integrato elementi come i social (onnipresenti come lo sono normalmente nella vita), con sbronze documentate via Snapchat che fungono da ricostruzioni della notte precedente, un po’ come i tatuaggi in Memento.

In più di un’occasione Atlanta si lancia in assurdità come la rappresentazione di un Justin Bieber nero: come se niente fosse viene buttato lì un personaggio che si chiama Justin Bieber, che si comporta da idiota e…niente, immaginatevi il vero Justin Bieber se fosse di colore. In un’altra puntata, stupenda e ambientata in un talk show scandalistico da rete generalista che punta il dito sui rapper tirando in mezzo l’omofobia, a un certo punto Paper Boi (il cugino rapper, questo il suo “street name”), incalzato da un conduttore alla Barbara D’Urso che rimane scioccato del suo “fregarsene di Caitlyn Jenner”, dice “Non me ne frega niente di quello che fa Caitlyn Jenner. Fa le solite cose che fanno i bianchi ricchi: quello che vogliono”. Ecco, Atlanta parla di questo. In modo attualizzato dice una cosa che forse ormai diamo per scontata ma che non la è…cerca insomma di farci capire com’è davvero essere nero in America oggi. Donald Glover ci infila in quel mondo di mezzo tra chi vive da comune mortale alla ricerca di fama e soldi, un mondo nel quale per cercare successo bisogna scontrarsi con i miseri compromessi e le delusioni che quella strada comporta, vivendo comunque da eterno outsider.

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Io qui la sparo grossa: sono molto affezionato a Louie ed ecco, diciamo che Childish Gambino si va a posizionare in una sorta di categoria giovane e promettente legata a quel che è stato Louie per la commedia (si, non dico dramedy… non ve la do la soddisfaz- oh cazzo).

Tagliamola corta, da me continuerete solo e solamente a sentire cose belle riguardo ad Atlanta, quindi il mio consiglio è guardatela, non perdete tempo con The OA o altre cavolate simili fatte solo per giustificare il fatto che Netflix vi fa pagare un abbonamento.

Vogliamo trovare un punto debole? Ok, Atlanta non va da nessuna parte, per il momento è un susseguirsi di avvenimenti un po’ fini a se stessi. Ha molto sottotesto, molte gag riuscitissime, brillanti spunti di riflessione sia a livello sociale che sulla vita in generale, ma ancora non ci è dato di capire dove arriverà. Il che è anche una bella metafora per descrivere la vita di Earn, il protagonista, che pur sforzandosi e riuscendo in piccoli risultati ancora si sente come trascinato dagli eventi. Comunque chissenefrega, Atlanta è bella, fresca, con ottimi attori, divertente e sagace, e l’unica cosa che vi rimarrà in mente alla fine sarà “PAPER BOI PAPER BOI- PAPER BOI PAPER BOI”.

VOTO: 7,5


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