Rats

Rats è un documentario sui ratti. No, non i topolini carini che vedete su Facebook e Instagram, proprio i ratti. Quelli grossi e scuri, quelli che c’hanno le malattie. Morgan Spurlock (diventato famoso nel 2004 con Super Size Me, quel doc nel quale si cibava solo di McDonalds per un mese) su queste bestioline ci ha fatto un film, che ha debuttato al TIFF l’anno scorso a settembre e che da poco è sbarcato anche su Netflix. E’ un documentario costruito con furbizia e paraculaggine come se fosse un racconto dell’orrore per farci paura e farci soprattutto tanto tanto schifo.

Sarò sincero: è un film questo che non serve a niente, non ha uno scopo, non ha un obiettivo serio e definito se non quello di farci vedere una marea di ratti in giro per il mondo. Però è una figata, un film che mi vedrei anche una volta a settimana. E che farà venire la nausea a molti di voi. Per parlare di Rats possiamo solo suddividere il discorso in tanti piccoli paragrafi dedicati alle varie città che Spurlock ci mostra. Città piene di ratti. E di gente sgabinata che cerca di combatterli.

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Ratti in the USA. Questo bomber che vedete nella foto qui sopra è un americano che per lavoro uccide i ratti. E’ un disinfestatore. Durante il film sta seduto in questa posizione col sigaro in mano e fa il personaggione, raccontando storie assurde sui topi e dicendo cose tipo “se la razza umana si estinguesse i ratti conquisterebbero il mondo“, con musica inquietante in sottofondo. La prima tappa del nostro topoviaggio è NYC: qui seguiamo degli esperti in emergenza ratti per le strade di Manhattan che ci fanno vedere che ci sono un fottio di ratti. Nei tombini, vicino ai bidoni della spazzatura, nei parchi. Milioni di ratti. Ma è solo l’antipasto. Qualcosa di più bello si vede spostandoci a New Orleans, dove vediamo dei biologi e degli scienziati squartare ed analizzare dei ratti catturati per strada per vedere di quali malattie sono portatori. Risposta: tante. Un topo viene aperto e dentro ha una larva di mosca grossa come una caramella. Viva. Cose belle insomma. Ma non belle come quelle che vedremo in India.

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Ratti in India. Il viaggio in India di Spurlock si divide in due parti. La prima parte vede protagonista una specie di Sandokan della lotta ai ratti, uno che con la sua death squadra esce di notte per le strade di Mumbai a cacciare i ratti, che in India sono tantini. Come li caccia? A mano. Con una rete e un bastone. Li va a scovare in mezzo alla rumenta, lancia loro addosso la rete e poi li prende a bastonate. Oppure, quando vuole fare un lavoro pulito, li prende per la testa e la coda e li tira finchè non si spezza la spina dorsale. Il tutto a mani nude e con le infradito. Welcome to Favelas al cubo. Poi ci spostiamo in un tempio, dove invece i ratti sono venerati perchè si crede che siano reincarnazioni di esseri umani. Così vediamo questo tempio con dentro migliaia di ratti che camminano tranquilli e la gente che ci gioca, li prende in mano, dà loro da mangiare e, come l’eroe della foto, beve con loro il latte. La parte indiana del film è la mia preferita, ma non è la più disgustosa, perchè adesso ci spostiamo in Vietnam e Cambogia.

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Ratti nel Sud-est asiatico. Cambogia e Vietnam sono strettamente legate non solo geograficamente ma anche a livello di topi. Spurlock ci mostra la situazione nelle campagne e nelle risaie dell’ex patria di Pol Pot intervistando dei contadini che si lamentano perchè i ratti mangiano i loro raccolti. Chi non si lamenta è invece un simpatico personaggio in motorino che i ratti li cattura. Vivi. Per farne cosa, vi chiederete voi? Per caricarli a decine e decine sul suo cinquantino scassato e portarli al confine col Vietnam. Qui li vende ad un altro tizio. Perchè mai qualcuno dovrebbe comprare quintalate di topi vivi? La risposta è dietro l’angolo e ci porta dritti dritti alla parte più splatter del film. In Vietnam i topi se li mangiano. Ecco quindi che entriamo nella “cucina” (le virgolette sono d’obbligo in questo caso) di un ristorante vietnamita per seguire passo passo la preparazione di un piatto a base di topo. I topi vivi vengono messi in un sacco e affogati. Poi con una mannaia si tagliano zampe, coda e testa. Poi si scuoiano. Vabbè, fa vomitare. Però la chef ci tiene a farci sapere che il sapore è simile a quello del pollo, ma più dolce. Non facciamo fatica a crederle.

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Ratti in the UK. Qui Spurlock si rende conto di aver fatto più di un’ora di film senza montare nemmeno una piccola polemica verso gli umani e cerca di rimediare. Siamo nelle campagne inglesi e seguiamo un gruppo di vecchi esaltati che addestrano dei cagnolini a uccidere i ratti. “E’ come la caccia alla volpe!” esclama tutto contento un vecchio inglese. E in effetti la dinamica è quella: sti poveri cagnetti trattati malissimo vengono liberati dalle loro gabbiette e lanciati per i campi a scovare i ratti. Quando li trovano, li sbranano come se non mangiassero da mesi. E i vecchi son tutti contenti e sghignazzano. Una roba oscena, che ti fa solidarizzare per la prima volta coi poveri ratti che, come ci ricorda spesso durante il film il bomber americano, “sono uno degli animali più intelligenti al mondo“.

Il film finisce con un altro monologo creepy del disinfestatore newyorkese e ti lascia con un bel sorrisone sulle labbra, tra compiacimento e disgusto. Se volessimo fare una critica seria al film daremmo 4 in pagella per la sua totale mancanza di un obiettivo, ma è troppo divertente per essere bocciato, quindi ve lo consigliamo. Magari lontano dai pasti.

VOTO: 6,5


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