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Sherlock 4 premiere: “The Six Thatchers”

I buoni propositi per l’inizio dell’anno possono essere tantissimi, dal classico “da domani vado a correre e mi metto a dieta” a “dal primo di gennaio non bevo più alcol per un mese”. Io, che sono una persona a cui piace troppo mangiare e bere, non ho di questi problemi, e il mio proposito era di arrivare a casa il 2 gennaio, accendermi una di quelle sigarette che rallentano la rotazione terrestre, e godermi come prima serie tv dell’anno la prima puntata della nuova stagione di Sherlock. Quello bello intendo, non quello che si guarda solo perché c’è Lucy Liu (per gli uomini) o “Sick Boy di Trainspotting” (per le signore). No no, qui c’è Benedict C**********H (le lettere che compongono il suo impronunciabile cognome potete metterle a scelta, come farò io da adesso in poi) che, dismessi i panni del supereroe con mantello (Dr. Strange, per i più “distratti”), torna ad interpretare il ruolo che lo ha reso più celebre; al suo fianco come sempre Martin Freeman, che ritorna dopo quella mezza schifezza di Startup; infine quell’uomo stupendo che interpreta Moriarty, e che continuano a farci annusare da troppe puntate, facendogli mangiare la scena senza neppure apparire negli episodi.

Facciamoci sotto: The Six Thatchers era piuttosto attesa, un po’ perché dall’ultima vera stagione di Sherlock sono ormai passati due anni, un po’ perché lo speciale di natale andato in onda l’anno scorso non aveva convinto proprio tutti.

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Lo show si apre con qualche rimando per farci riprendere il bandolo della matassa: i finali delle ultime due puntate + Moriarty, con quello che è ormai il suo tormentone modello colorado cafè (“miss me?” eh, guarda un po’, è due anni che si aspetta di capire se sei vivo o morto). Poi finalmente veniamo ricatapultati nel presente, davanti all’arroganza del “high functioning sociopath” forgiato sul personaggio più celebre di Sir Arthur Conan Doyle. La prima mezz’ora è un mitragliatore di montaggio frenetico, scritte in sovrimpressione che citano i romanzi classici dell’investigatore di Baker Street, Sherlock Holmes che fa le faccette, Sherlock Holmes che prende in giro laggente, Sherlock Holmes che cerca Moriarty nei cessi pubblici del parco e sotto gli zerbini delle case di periferia.

Tutto nella norma, ma tutto così ben confezionato che è impossibile non esserne comunque emozionati, complice appunto il montaggio, l’attesa, e gli attori che sono sempre nei vestiti che meglio gli calzano.

Una cosa che mi è piaciuta poco è stato l’impiego assolutamente scarso del sempre ottimo Martin Freeman/Watson, infatti potremmo chiamare l’ora e mezza di visione “The Mrs. Watson Identity” o “Mrs. Watson Supremacy”. Insomma, si è capito. Il pacchetto è ben confezionato, non c’è dubbio, ma non ha niente a che vedere con le puntate delle prime stagioni che hanno convinto all’unanimità le schiere di fan: può darsi che questa sia solo una buona rampa di lancio per le prossime due puntate, ma dopo l’effetto tramortente della prima mezzora, la parte successiva lascia il posto a qualche sbadiglio e il sospetto che la carta Moriarty non sarà buttata sul tavolo in maniera così ovvia – scelta comunque apprezzabile, perché nel caso opposto saremmo qui a lamentarci del contrario, molto probabilmente.

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Moffat e Gatiss non sono certo due sprovveduti e, anzi, avendoci abituati a puntate assolutamente brillanti (episodi di Doctor Who compresi), avranno sicuramente molti assi da calare nei prossimi due lungometraggi. Questo episodio, a conti fatti, è comunque di gran lunga sopra la norma se si guarda al panorama generale delle serie tv, ma sembra un pochino sottotono nell’economia di Sherlock.  Va comunque a posizionarsi in una media buona che però, forse, ci aspettavamo venisse superata, vista l’attesa per il ritorno.


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