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Rogue One: A Star Wars Story

Rogue One: A Star Wars Story

L’Episodio VII per cui mezzo pianeta ha sbroccato era una gigantesca operazione di marketing (ricordo la pubblicità anche sulle arance dell’Esselunga) per spacciare un reboot per sequel. Tutto di ottima fattura, ma destinato ad essere studiato nei Master in Marketing cinematografico e non nelle facoltà di cinema – sempre se esisteranno ancora.  Costruito a tavolino da team di esperti Disney per lisciare il pelo ai nerd e ai fan della saga, transitava perfetto e vuoto davanti agli occhi per poi sparire dalla testa dello spettatore nel giro di 40 minuti. I fan, disciplinatamente sottoposti a fellatio cinematografica, apprezzarono. Con Rogue One – spin-off ambientato a metà tra le prime due trilogie – la Disney cerca di fare l'”eretica” e scompigliare le carte. Se Episodio VII era il film per i nerd, Rogue One è contro i nerd. Sotto la buona regia spettacolare di Gareth Edwards (Godzilla 2.0), il film tenta in ogni modo di “rompere” la tradizione, riuscendoci alla fine solo in parte. In una cosa il regista però fa centro: Rogue One è un “film”, cosa che non so se si potrebbe dire con certezza dell’opera di J.J. Abrams. Nel senso, se per caso siete una delle pochissime persone rimaste sulla Terra a non aver mai visto un film di Star Wars, questo spin-off è senza dubbio quello più puro, indipendente, divertente, intelligente e serio di quelli usciti dal 1999 ad oggi, o meglio è quello che io vi consiglierei di guardare senza impantanarmi in idiozie geek su sequel, prequel, saghe, videogiochi, pupazzetti, cosplayer etc. Vuoi vedere un film? Guardati Rogue One. Ora una foto del neo ministro degli esteri Alfano.

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Alfano e Cassian in un momento di relax

 Cercare di rompere le regole, dicevamo, ma non riuscirci fino in fondo. Sì, perché Rogue One è solido come una roccia, con una serie di outsider sporchi e perdenti elevati a protagonisti, con una trama finalmente “nuova”, un finale coraggioso che guarda a Il Mucchio selvaggio e Quella Sporca Dozzina, numerosi riferimenti al  cinema adulto (sono l’unico che ha visto nel polipazzo scanner un omaggio a Possession di Zulawski?) un’infilata di derapage rispetto alla tradizione (a cominciare dall’intro in cui la famosa scritta ascendente viene cancellata) che fanno venir voglia di esultare gridando “libertààààà!!!” come faceva Mel Gibson alla fine di Braveheart. La rottura con la liturgia nerd che ho apprezzato di più, personalmente, è il Jedi scarso (o forse neanche Jedi) interpretato da Donnie Yen. Che figata, che dolcezza. Tuttavia, la sensazione è che Gareth Edwards e lo sceneggiatore Tony Gilroy (Michael Clayton, tutti i Bourne) siano stati costretti a pagare le irregolarità con un listone forzato di omaggi veramente cheesy alla saga. In altre parole, il film è un continuo lanciare il sasso e poi nascondere la mano, rompere una regola ma poi subito dopo chiedere scusa al cosplayer nazista. Un esempio su tutti: la chiacchierata “resurrezione” di Peter Cushing, attore del primo Guerre Stellari morto nel 1996 e riportato in vita grazie alla CGI. Infilato a forza nella trama per ingraziarsi i fan nerdosi, mette in ombra il vero villain del film (Ban Mandelsohn), non facendolo mai emergere.  Insomma, Rogue One poteva essere veramente una perla grezza, fresca e indipendente, ma la è solo a metà. Con ogni probabilità, Edwards e Gilroy non potevano davvero fare di più. Uno sforzo invano? Forse sì, ma almeno c’è stato un risveglio nello sforzo. Ad ogni modo, per noi è un sì. Un bel sì. Buon Natale.

VOTO: 7


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