The Childhood of a Leader

Raccontare le origini del Totalitarismo attraverso il mystery e il quasi-horror? Sembrerebbe una missione suicida ma l’esordiente Brady Corbet ce la fa alla grande. The Childhood of a Leader è stato presentato alla Mostra di Venezia 2015, dove si è portato a casa il Premio Orizzonti alla miglior regia e il Leone del Futuro – Premio Venezia Opera Prima Luigi De Laurentiis. Insomma, mica male. Purtroppo, dopo essere stato distribuito con successo in UK nel 2016 (il Guardian lo ha inserito tra i migliori 50 dell’anno), il film è velocemente scomparso dai radar delle sale europee e americane. Lo ripeschiamo allora noi come outsider di fine anno, caldeggiandone la visione.

Parigi, 1919. Le grandi potenze vincitrici della Prima guerra mondiale sono riunite a Versailles per compilare i famosi/famigerati Trattati che ridisegneranno l’Europa. In una villa fuori città alloggia Prescott (Sweet), bimbetto figlio di un consigliere del presidente degli Stati Uniti Wilson. Il giovanissimo vive con la madre (Bejo) e osserva tutti i giorni il padre che letteralmente lavora alla creazione del futuro del mondo. Tra noia, tensione, l’autoritarismo dei genitori, incubi misteriosi e la presenza della villa che si fa sempre più forte, Prescott sviluppa una forte propensione alla violenza e all’egocentrismo…

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Prima di parlare del film facciamo un excursus sul regista. Brady Corbet ha infatti un CV abbastanza curioso. Americano classe ’88, il giovanotto è innanzitutto un attore inseritissimo nella cricca degli autori più irregolari del cinema d’oggi. Giusto per fare qualche nome, ha recitato con Gregg Araki, Michael Haneke, Sean Durkin, Lars von Trier, Olivier Assayas, Ruben Ostlund, Noah Baumbach, Bertrand Bonello e Mia Hansen-Love. Stile eh? Insomma al buon Brady i contatti non mancano. Ed è a Michael Haneke che bisogna guardare per avvicinarsi al suo film d’esordio. The Childhood of a Leader potrebbe essere descritto come uno spin-off horror mystery de Il Nastro Bianco. Con il film Palma d’Oro a Cannes condivide la mission di andare a frugare nell’educazione austera e oscurantista in cui sono cresciuti i bimbi poi diventati dei nazi/fasci negli anni ’30. Se Haneke affrontava la giga-tematica con il consueto rigore, Brady invece si scatena con un’atmosfera cupa e malata alla ultimo von Trier, calcando la mano sugli aspetti più metafisici e disturbanti. Ad aiutarlo c’è una clamorosa colonna sonora espressionista di Scott Walker (di cui avevamo parlato già parlato qui), che tra rumori e sintetizzatori crea una vera e propria presenza nella casa. Insomma, decisamente un esordio interessante. Due ciliegine sulla torta: un finale che non si dimentica e un Robert Pattinson che in 10 minuti di comparsata dà un senso al film. Heil Leader.


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