È solo la fine del mondo

Una delle cose peggiori capitate al cinema d’autore recente è la Dolanmania. Lo dico subito così mi levo il dente e ci capiamo al volo. Siete fan di Dolan, piangete durante i suoi film, mettete i cuoricini su Facebook quando escono i suoi trailer, bene, io sono dall’altra parte. In realtà non odio Dolan, o meglio non lo odiavo, me lo ha fatto odiare l’ondata di lodi isteriche in tutto il mondo, le pagine su Facebook che scrivono “Ehi Dolaneeers!” come fanno i fanclub dei One Direction o di Justin Bieber, i critici cinematografici che rinunciano al loro ruolo scrivendo che chi non ama Dolan “è insensibile”, le ragazze che dicono che Dolan è “dolceeeee!!!!” e via dicendo. A questo deliquio collettivo lo stesso Xavier Dolan ha reagito in modo a mio avviso colpevole, aumentando gli atteggiamenti da divetto, facendosi adottare da tutti i magazine di moda, facendo il bambino permaloso quando ha ricevuto delle critiche. Personalmente ho abbandonato definitivamente il regista canadese quando, a Cannes, ha reagito alle stroncature di E’ solo la fine del mondo come una sciampista isterica. Dapprima si è infuriato dichiarando che non avrebbe più fatto un film da regista; successivamente (ma tipo il giorno dopo) ha detto che no, avrebbe fatto ancora il regista, ma che i critici sono dei troll e che non si devono permettere di stroncare un suo film quando dànno 5 stelline a Fast and Furious (op. cit.). Infine, quando ha vinto il Gran Premio della Giuria, si è sbrodolato di lacrime e esultanze alla Pippo Inzaghi, rivendicando di “preferire la follia della passione alla saggezza dell’indifferenza”. E vabbé, tutto questo siparietto adolescenzial-trash è avvenuto al Festival di Cannes, dove gli artisti sono lì per essere giudicati e non per dire come si giudica un film.  Ecco questa introduzione da hater della seconda ora serviva a farvi capire con che spirito mi sono recato al cinema: un filo prevenuto. E invece, facendo uno sforzo critico di notevole autocontrollo, sono riuscito ad apprezzare E’ solo la fine del mondo. Almeno un pochino. 

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Dolaners

La trama in pillole. Louis (Gaspard Ulliel) è un drammaturgo gay di successo che, malato terminale, decide di tornare dalla sua famiglia in Canada per comunicare la notizia della morte imminente. Il problema è che, come si sa, la famiglia è un ginepraio di tensioni nascoste. I parenti di Louis sono una madre in fissa col trucco e Dragostea Din Tei (Nathalie Baye), una sorella tamarra di provincia che si fuma molti razzi (Seydoux), un fratello maggiore buzzurro e violento (Cassel), la moglie impaurita e balbuziente del fratello (Cotillard). L’arrivo nella vecchia casa farà riemergere odi e nevrosi sopite da tempo, portando Louis a rinviare di continuo la comunicazione della sua malattia.

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 “Il nostro Xavier :)))”. Ok, ora la smetto di infierire sulla fanbase, giuro.  Il fatto è che sono fermamente convinto che tutta la cagnara dolanista possa seriamente nuocere all’Autore Xavier Dolan (come dimostra l’episodio di Cannes) e che, rovesciando tutto, una sistematica campagna anti-dolanista possa essere invece d’aiuto al regista. Ma basta. parliamo del film. Leggendo alcuni commenti indignati che parlavano di “sceneggiata napoletana in salsa gay pop” mi aspettavo una specie di crisi isterica mucciniana di 1 ora e mezza, qualcosa di totalmente indigeribile. Invece sono rimasto piacevolmente sorpreso. Rispetto agli scleri da tappi di MommyE’ solo la fine del mondo è un’opera decisamente più asciutta,  che si ricollega idealmente a Tom à la ferme, unico altro film dolaniano tratto da una piece teatrale. Non ho letto l’opera originale, ma il film che ne ha ricavato Dolan è interessante, nonostante alcune cosacce iper-paracule come la chiusura con Natural Blues di Moby e alcuni scoppi d’isteria ingiustificati, che sembrano messe lì solo per deliziare il fan “dolaner” di cui si diceva sopra.  Per il resto, il film è una rappresentazione “implosa” e nervosa di quella enorme matassa di scorie che è la famiglia. Due le cose più apprezzabili (e coraggiose) del film.

1. la decisione di Dolan di non spiegare, non mostrare, non raccontare i passati dei protagonisti e i loro scheletri nell’armadio si rivela ottima, lasciando incombere su tutto una soffocante sensazione (generica) di tensione con cui ci possiamo immedesimare.

2. Gli strilli, gli scleri, le nevrosi isteriche, le esplosioni emotive si dimostrano alla fine inefficaci. Per quanto urlino, i protagonisti non riescono mai a comunicare. Gran verità.

Il resto è ordinario cinema da camera sulla Famiglia, volutamente superficiale e viscerale, che naviga a vista tra banalità, cali nella scrittura (lo sfogo finale non è gestito bene nella creazione del climax, arrivando un po’ così a caso) e sequenze fiche (il flashback con colonna sonora di Exotica; Cassel e Seydoux che guardano Ulliel in giardino e si chiedono perché sia tornato). Un film breve, istintivo e poco pensato, probabilmente di transizione, che comunque fa intravedere un futuro (asciutto? speriamo) nel cinema del “nostro Xavier”. Insomma, liberate Dolan dai Dolaners, dalla spocchia, dagli articoli di Vogue e Grazia, dagli osanna da Mtv generation, e forse non ce lo bruciamo.

VOTO: 6.5

 


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