Creative Control

Una bella puntata di Black Mirror girata da un hipster newyorkese malato di fotografia. Creative Control è questo e molto di più. Premio speciale della Giuria al SXSW 2015. 

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Non sappiamo moltissimo di Benjamin Dickinson. Il giovane regista californiano ha all’attivo un paio di corti, un film sconosciuto del 2012 e qualche video musicale, tra cui questo di Reggie Watts. Una cosa sicura che sappiamo su Dickinson è che ha le mani in pasta. L’Outsider di questa settimana è il suo secondo lungometraggio, Creative Control, e nel cast compaiono, tra gli altri, il co-fondatore di Vimeo, uno dei boss di Vice, El-P dei Run the Jewels e il già citato Watts, comedian/musicista tuttofare. Insomma, il ragazzo ha una rubrica del cell interessante. Ad ogni modo, Creative Control è una figata.

Scritto, diretto e interpretato da Dickinson, il film appare subito come una sorta di evoluzione arty di una puntata di Black Mirror. La storia infatti sembra partorita da Charlie Brooker: David è l’addetto marketing di un’azienda che deve lanciare sul mercato degli occhiali tipo Google Glass, i quali, oltre alle tipiche funzioni social e interattive, ti danno la possibilità di creare composizioni digitali partendo da immagini della realtà. David ha una ragazza, Juliette (Nora Zehetner) e un migliore amico, Wim, un fotografo di moda che si scopa qualsiasi cosa gli passa vicino. Wim è fidanzato con Sophie, per la quale David si prende una cotta. Da sbronzi David e Sophie si baciano. Il ragazzo perde la testa e attraverso i cyber occhiali si costruisce un avatar modellato su Sophie, col quale inizierà un rapporto morboso che lo porterà ad estraniarsi dalla realtà.

Non lasciatevi confondere dalla storiella sci-fi, i motivi per non lasciarsi sfuggire Creative Control sono altri e sono tanti. Partiamo dalla cosa migliore, ovvero la fotografia e lo stile di Dickinson: CC è girato con un bianco e nero di grande impatto, che esprime alla perfezione l’atmosfera di un film immerso fino al collo nelle acque di una New York hipster e volubile (l’autore ha detto di essersi ispirato a Manhattan, ma siamo più vicini a Frances Ha). Proprio grazie alle sue immagini spesso stranianti e patinate CC è stato premiato al SXSW per “l’eccellenza visiva”. Dickinson si prende i suoi rischi, tenta cose un po’ sbruffoncelle (la sequenza nella quale Sophie compare improvvisamente a colori), ma riesce nell’impresa di non andare fuori dai binari, unendo, anzi, nel migliore dei modi estetica e contenuti. Se infatti di tutta la storiella dei cyber occhiali alla fine ci frega poco, è molto interessante lo sguardo dell’autore sui trentenni rampanti newyorchesi, persone che apparentemente hanno tutto e prendono tutto quello che possono prendersi (alcol, droghe, farmaci, sesso, soldi), ma che vivono nella continua ansia da prestazione e alla ricerca di un elemento di svolta che possa far loro trovare l’unica cosa che New York semba non poter loro regalare facilmente: serenità.

Creative Control insomma sfrutta l’elemento sci-fi per affrontare ben altri temi come quelli dell’ansia, della solitudine, dell’alienazione. Se poi del male di vivere dei giovani hipster non ve ne frega niente, potete sempre perdervi nella bellezza delle immagini e in quella di Alexia Rasmussen.

Creative Control, 2015, Benjamin Dickinson


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