American Horror Story: Roanoke

Roanoke è finito. Era settembre quando ci illudevamo che la nuova stagione di American Horror Story potesse essere incentrata sulle gesta di un uomo maiale selvatico gigante. Purtroppo le puntate sono passate e le scorribande dell’uomo maiale selvatico gigante (che poi uomo maiale non era ma era un buzzurro che indossava una testa di maiale) si sono diradate, lasciando il campo ad una storyline piuttosto povera, tutta incentrata sui soliti cliché della casetta stregata, con l’aggiunta di una famiglia di bifolchi stile Non aprite quella porta per divagare un po’. Una perdita di tempo, quindi? No, non è proprio così. Ryan Murphy e Brad Falchuk per la sesta stagione di AHS hanno preso una decisione importantissima: sbattersene il cazzo. E su questo fondamento hanno costruito 10 puntate nelle quali si sono divertiti a destrutturare totalmente il concetto di serie tv contemporanea, mantenendo una linea narrativa banalotta per poi divertirsi cambiando di continuo stile narrativo e sperimentando qua e là.

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Dimenticate lo stile barocco di Hotel, in Roanoke è tutto ridotto ai minimi termini. E’ significativo, tra l’altro, che Lady Gaga (emblema della stagione numero 5) faccia qui il suo esordio venendo scopata da Cuba Gooding Jr. nel bosco. Gaga che tra l’altro apparirà pochissimo, quasi mai, nella serie. Parlavamo dello stile minimale, vicino all’amatorialità di alcuni programmi tv quando non proprio puro found footage. L’impostazione infatti è quella del true crime e il giochino metanarrativo è presente già dal principio, con noi spettatori che guardiamo Lily Rabe, André Holland e Adina Porter raccontare davanti alla telecamera di un programma televisivo (My Roanoke Nightmare, appunto) la loro storia. Storia che, per la prima parte della stagione, vediamo messa in scena da Sarah Paulson, Cuba Gooding Jr. e Angela Bassett. Finzione nella finzione, insomma. All’inizio questa cosa fa prendere malissimo. Il ritmo risente di quest’impostazione un po’ stramba e la stagione arranca con improbabili comparsate di spiriti legati a leggende ancora più improbabili. Qua e là, coltellate e sangue aggratis. Poi, giunti al midseason, Murphy decide di dare il primo scossone e fa una cosa piuttosto divertente: il programma tv al quale abbiamo assistito finisce e ne inizia un secondo, un reality con protagonisti sia i personaggi reali di My Roanoke Nightmare sia gli attori che li interpretavano. E dov’è ambientato questo reality? Ma sempre nella stessa casa maledetta, elementare. Da qui in avanti è anarchia assoluta.

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Dopo la sesta puntata la storia perde di interesse. Gli stessi autori ci tengono a farci sapere attraverso una schermata simile a quella qui sopra che tutti i personaggi sono morti durante le riprese del reality (intitolato Return to Roanoke: Three Days in Hell). Solo uno è sopravvissuto, ma non ci interessa minimamente sapere chi è il fortunato perchè dei tanti personaggi di questa stagione non ce ne può fregare di meno: le loro storie non appassionano e l’unica cosa che ci tiene incollati allo schermo è il modo in cui la narrazione passa da un format all’altro con nonchalance, prendendosi gioco del pubblico e di tutto il mondo della tv e dei media. Qualcosa di interessante nella storia a dire il vero c’è: la figura di Kathy Bates ad esempio, attrice che interpreta la Butcher che terrorizza gli abitanti della casa, che viene esclusa dal reality e perde la testa, identificandosi col personaggio che ha interpretato e facendo irruzione in maniera (ovviamente) violenta nelle riprese del secondo show. Poi c’è…mh…no direi che possiamo fermarci qui perchè la famiglia di bifolchi è quella classica da cinema horror, con cannibalismo e incesto annessi, e Leslie Jordan nei panni del sensitivo fa sorridere per 5 minuti di numero e poi basta (anche se la sua uscita di scena nell’ultima puntata è da applausi).

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Ciò che funziona fino alla fine è quindi solo il giochino sui media e sulla metanarrazione, che col passare delle puntate diventa sempre più incontrollato e caotico, arrivando al culmine nel finale, quando ci troviamo addirittura catapultati nella scarna aula di un tribunale che richiama in maniera per nulla velata quella stessa aula che la Paulson e Cuba Gooding Jr. hanno frequentato per American Crime Story. Nonostante l’ultima puntata debba rientrare nei ranghi deludendo con un finale piuttosto scontato tra sacrificio e redenzione nel quale Adina Porter si trova a sorpresa protagonista, Murphy trova ancora il tempo per regalarci una sequenza esilarante ambientata durante una specie di Comic-con. A questa conferenza/raduno vediamo tutti gli attori della serie a contatto col pubblico, in un gioco al massacro generale che dipinge gli attori come delle macchiette hollywoodiane e il pubblico come una massa di decerebrati pronti ad urlare alla prima cazzata che esce dalla bocca della star di turno. Qui Murphy e Falchuk si prendono la briga di prendere per il culo la loro stessa fanbase, quella dei fanatici delle serie tv, dei fumetti e delle convention. Quella stessa fanbase che probabilmente avrà odiato Roanoke, vedendolo come una specie di tradimento rispetto alla tradizione classica di American Horror Story.

Io invece quest’anno mi sono divertito un sacco e nonostante questa sesta stagione sia oggettivamente per buona parte priva di contenuti, è talmente bello (a tratti comico) vedere gli autori fare i cazzoni col loro prezioso giocattolo che mi sento di mettere Roanoke sul mio personale podio delle stagioni di AHS, sul quale svetta ancora incontrastata Asylum. Ah, a proposito della seconda stagione…vogliamo parlare del cameo di Lana Winters e dei collegamenti interni con le altre stagioni? No, basta spoilers. Guardatevi Roanoke e…CROATOAN!

VOTO: 6,5


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