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BLACK MIRROR 3: Men Against Fire/Hated in the Nation

La nuova stagione di Black Mirror ci ha abituati ad un fatto: le citazioni all’interno delle puntate svolgono un ruolo importante nella comprensione delle stesse. La quinta puntata, Men against fire, ha questa caratteristica già nel titolo.

Tutto si svolge in un futuro non ben precisato e grigio (non in senso lato, il grigio è effettivamente il colore predominante che circonda i personaggi…dal cielo, ai palazzi, alle uniformi). Uniformi, perché la trama parla di un gruppo di soldati equipaggiati con un futuristico sistema di lenti, che si trovano a combattere degli esseri antropomorfi con sembianze mostruose, che emettono versi e si agitano goffamente.

Parlavamo di citazioni e una, quella meno importante e assolutamente inutile ai fini della storia, arriva nei primi dieci minuti: è quello che è a tutti gli effetti il tormentone interno di Black Mirror, quella canzone che già abbiamo sentito in Fifteen Million Merits e in White Christmas. La seconda è invece quella fondamentale: Men against fire è il titolo di un libro del 1947 che documenta il comportamento dei soldati durante le due guerre mondiali.

Il libro, in soldoni, parla di come solo uno su quattro soldati mandati sul campo a combattere spari effettivamente per uccidere il proprio nemico e di come di volta in volta si cerchi di aumentare l’efficacia della fanteria instillando sempre più odio verso il prossimo nelle loro menti.

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Considerato che stiamo parlando di un futuro, e di Black Mirror, dove gli sviluppi estremi sono la base delle storie, non è difficile capire dove l’autore voglia andare a parare, ed è forse questo il motivo per cui, per molti, questa puntata ha un po’ deluso.

Al contrario, mi è piaciuto molto come è stato trattato il tema dell’empatia a prescindere, quel sentimento per il quale anche un soldato messo davanti ad un nemico sia restio a sparare perché davanti a lui c’è prima di tutto un essere umano.

Di certo questa non è una puntata che piacerà ai fan degli spiegoni, anche se c’è da dire che, al servizio dell’ingrata pratica dello snocciolare il lungo monologo scopri altarini, è stato messo un Michael Kelly  assolutamente all’altezza della questione.

Quasi 59 minuti di action modello video game, dove spesso viene utilizzata la visuale in soggettiva e dove le animazioni proiettate dalle lenti sono pescate direttamente dall’immaginario dello sparatutto in soggettiva, giusto per strizzare un po’ l’occhio ai fan più accaniti del genere. Non ci troverete i sentimenti strappalacrime di San Junipero, o la critica alla società di Nosedive e Shut up and dance, ma questa puntata, per quanto molto fantasiosa ed estrema, riporta alla nostra attenzione un’invenzione che a Charlie Brooker preme in special modo rappresentare come una minaccia: così come in White Christmas le lenti venivano usate per bloccare e isolare le persone e in The Entire History of You tenevano traccia di qualsiasi cosa gli si presentasse davanti, qui diventano l’arma definitiva al servizio del Sistema, per comandare come marionette le persone al suo interno. E io penso di aver appena deciso che non comprerò mai un paio di Google Glasses. (Clavicembalo)

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Hated in the Nation passerà agli annali come la puntata delle api robot assassine. Pochi cazzi. La puntata di chiusura di questa terza stagione (la più lunga, con la sua ora emmezza) si avvicina molto ad un cyber disaster movie pur mantenendo intatti gli ormai noti messaggi brookeriani. E’ una puntata che ha molti punti di contatto con Shut up and dance: ma se nella terza puntata i troll si facevano giustizia con un sadico gioco, qui gli sbruffoni della rete, gli haters, finiscono nel mirino, colpiti dalla vendetta delle api.

La storia si snoda attorno all’indagine dei detective Karin (un’adorabile Kelly Macdonald col suo accento scoto) e Blue (Faye Marsay), chiamate ad indagare sulla morte di una giornalista, trovata con la gola squarciata in casa sua. La vittima nelle ore precedenti alla morte era diventata bersaglio di insulti e odio su internet dopo aver scritto un articolo nel quale accusava una disabile suicida di manie di protagonismo. Un articolo in pieno stile Libero, insomma. Sul web si scatenano le minacce e sui social gira l’hashtag #DeathToGiornalista. La cosa si ripete con un rapper, che umilia in tv un bimbetto. Parte l’hashtag #DeathToRapper e nel giro di poche ore il rapper muore misteriosamente. Ma cosa c’entrano le api robot? C’entrano, perchè il governo ha messo in piedi un programma speciale per salvaguardare l’ecosistema della Gran Bretagna, che consiste nel rimpiazzare le api, quasi estinte, con delle copie robot, che svolgono il solito ruolo (impollinamento ecc ecc). Qualcuno adesso, hackerando i sistemi dell’azienda che si occupa del programma, sta usando ste api per uccidere le persone più odiate dalla rete. E’ come se Beppe Grillo potesse attraverso votazioni sul suo blog uccidere a distanza le persone più odiate dal Movimento 5 Stelle. Il fatto è che nel tritacarne mediatico ci finiscono anche persone di poco conto tipo una biondina che si è fatta una foto idiota di fronte ad un monumento per i caduti. Le detective cercheranno di fermare il pazzo armato di api.

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Brooker ha voluto chiudere la stagione sparando un po’ nel mucchio e colpendo tutti. E’ vero che il bersaglio grosso è rappresentato dalle persone che vomitano su internet odio random esasperando continuamente i toni di qualsiasi discussione, ma è l’etica della rete stessa ad essere messa sotto accusa, con i suoi schemi contraddittori. Tu sei libero di esprimerti nei modi che ritieni più opportuni, ma io sono libero di odiarti a morte. Libertà a 360°, ciò che solo internet offre. E ciò di cui cadono vittime tutti i protagonisti del giochetto dell’hashtag. Ma non è finita qui perchè quella delle api robot è la vendetta contro un’umanità che ha le costrette all’estinzione, pensando in maniera arrogante di poterle rimpiazzare con delle macchine. E allora zzzzzacchete! Arriva la vendetta della natura, che rivolta la tecnologia contro gli uomini per punire la loro hybris. Chi di buzz ferisce, di buzz perisce (ve la devo spiegare? dai che Charlie le fa facili…).

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Hated in the Nation non è un granchè come puntata, ma si salva grazie ad un bel twist finale e all’esercito di api robot che sono una trovata piuttosto fica. Avremmo voluto vedere più sangue e più api e più distruzione ma vabbè. Giusto chiudere così, con una carneficina e con una caccia all’uomo in Messico. Tra pochi mesi arriva la season 4. Tutti pronti. (Steiner)


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