Kotoko

Nel 2011 Shinya Tsukamoto e la popstar giapponese Cocco uniscono le forze e realizzano Kotoko, film che mescola incubo e realtà con estrema violenza ma con un raro sottofondo poetico. Vincitore della sezione Orizzonti a Venezia.

Kotoko-3

Tsukamoto è il regista/creatore di Tetsuo. Cocco è una star del J-pop. Nel 2011 la cantante scrive una storia, una storia triste e drammatica, che parla di una donna che ha un crollo nervoso e perde l’affidamento del figlio. Il regista cyperpunk fa sua questa storia e la trasforma, rendendola visionaria, estrema, violenta, ma mantenendo una delicatezza di fondo. Il film viene presentato alla 68esima edizione del Festival di Venezia nella sezione Orizzonti e vince il premio per il miglior film.

Kotoko (Cocco) è una giovane donna che vive sola col figlioletto. Ha un problema alla vista che la manda in paranoia: la donna ci vede doppio e non riesce a distinguere le persone reali dalle loro copie immaginarie, credendo di essere continuamente sotto attacco da parte di estranei. Questo problema la porta ad essere iperprotettiva nei confronti del figlio Daijiro e allo stesso tempo ad avere un atteggiamento autodistruttivo. Solo quando canta Kotoko riesce a trovare serenità e a tenere lontani i problemi. Ma il canto non basta e la ragazza ha un crollo, in seguito al quale il figlio viene affidato alla sorella. Rimasta sola, Kotoko viene stalkerata da uno scrittore di successo (interpretato da Tsukamoto), disposto a tutto per avere la sua mano. Tra allucinazione e sogno, Kotoko cercherà di trovare la pace.

Kotoko è un film che si sdoppia, come la vista della protagonista.  E’ un film caotico, un film urlato. Tsukamoto non tira indietro la mano e per descrivere la malattia mentale della protagonista si spinge al limite, tra sangue, grida, allucinazioni, scene splatter e oggetti che si frantumano facendo un casino infernale. La confusione che regna dentro a Kotoko non ci viene mostrata con pudore ma sbattuta in faccia violentemente, amplificata da movimenti di macchina isterici e schizzati. La violenza è uno dei motivi per i quali spesso si è accostato questo film al genere horror, con una notevole forzatura perchè il film di Tsukamoto si smarca nettamente dal cinema di genere, toccando l’apice nei momenti di calma, nei quali viene fuori il talento di Cocco. La voce della cantante arriva a spazzare via la tempesta, intonando canzoni malinconiche e d’amore che fanno letteralmente prendere respiro allo spettatore. La sequenza di metà film, con Cocco che canta e balla quasi in lacrime guardando fissa in camera è qualcosa che ti prende e che ti apre il cuore in due. Se qui appare una venatura lynchiana, Švankmajer fa ciao con la manina nella sublime scena di una delle ultime allucinazioni della protagonista, tra bambole, tendine e giocattoli di legno e cartone. La love story malata e subito abortita tra Kotoko e lo scrittore serve solo a rafforzare la visione tragica e distorta del mondo da parte della protagonista, che per sentirsi ancora viva si taglia fino a sanguinare.

Kotoko è un film non facile da digerire ma è un gran film. Outsider con gli occhi a mandorla.

Kotoko, 2011, Shinya Tsukamoto


Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.