Ti Amo Presidente

Per una qualche sadica congiuntura economica-astrale, l’anteprima stampa di Ti Amo Presidente ha avuto luogo il giorno dopo la vittoria di Donald Trump alle elezioni americane. Il film romantico/propagandistico sulla storia d’amore tra Barack Obama e Michelle arriva in sala il 17 novembre, ma la proiezione per i giornalisti è cascata fatalmente il 9 novembre, poche ore dopo lo shock mondiale per la sconfitta di Hillary Clinton. In realtà non so quanto la coincidenza sia stata una casualità dovuta al destino cinico e baro, potendo immaginarmi, in uno slancio complottistico, gli uffici stampa italiani che piazzano l’evento esattamente il giorno dopo la presunta vittoria di Hillary, così da avere degli adorabili articoli su Obama innamorato il giorno dopo la sua uscita di scena soft. Invece è andato tutto storto. Donald Trump ha sbaragliato i piani della stampa mondiale, rimasta con i sondaggi in mano e la bocca aperta, e con loro quelli degli uffici stampa di Milano e Roma. Peso. Alla proiezione presso il cinema Arcobaleno si respira infatti un’aria tosta, sguardi nervosi s’incrociano, le braccia si allargano accompagnando sospiri costernati. La tipa in fila davanti a me, quando riceve il press kit con foto oversize di Obama e Michelle, sbotta: “quanto ci mancheranno ora!” Un filotto di mugugni le dà ragione. “Che belli che erano!”, chiosa un’altra; “ora sarà proprio difficile dire ‘Ti Amo Presidente!’”, aggiunge un’altra ancora, con un guizzo furbetto. Si scherza, ma in realtà nell’aria si respira un certa tensione mista a vergogna. Il fatto che Hillary non abbia vinto, in effetti, rende la visione del film più imbarazzante di quanto già non sia. In altre parole, la sconfitta democratica fa emergere in modo ancora più manifesto l’essenza spudoratamente propagandistica di un film come Ti amo presidente; qualcosa che, in effetti, i predecessori di Obama non si erano mai concessi e a pensarci bene neanche Kim Jong Un in Corea del Nord.

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Il film di Richard Tanne è ambientato nella Chicago del 1989. Qui Barack Obama (interpretato dal sosia Parker Sawyers) lavora come stagista presso l’ufficio legale in cui è assunta Michelle Robinson (Tika Sumpter, un po’ meno sosia).  Essendo entrambi giovani, ambiziosi e impegnati, Barack le propone un giorno di andare insieme ad un incontro con la comunità nera in un centro sociale. Lei accetta. I due cominciano così a passeggiare per I quartieri neri di Chicago dove, tra una chiacchierata su Spike Lee, un gelato al cioccolato, un comizio al centro sociale e un paio di scazzi causati dai reciproci ego smisurati, si innamorano.

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Ti Amo Presidente è settato più o meno così: fotografia color orzo, Barack e Michelle che passeggiano parlando a braccio di diritti dei neri e disgrazie private, generale atmosfera gioiosa (ma non frivola, non sia mai), fondale umano costituito per il 99% da neri ridens per dare un senso di community, il tutto accompagnato da una colonna sonora afro che sta a metà tra Ali Farka Touré e Il Re Leone. Ora a parte che una raffigurazione  così stereotipata di una comunità potrebbe comodamente rappresentare una variante afroamericana dell’Orientalismo, termine coniato da Edward Said nel 1978 per definire la tendenza dell’Occidente a costruire un Oriente immaginario, favolistico e macchiettistico, di fatto razzista inconsapevole. A parte ciò, dicevamo, è la scrittura dei personaggi a rivelarsi in tutta la sua vuota funzione agiografica. Quali sono le caratteristiche delle personalità di Barack e Michelle? Sono ambiziosissimi, intelligentissimi, profondissimi, serissimi, sincerissimi, ma anche bellissimi, elegantissimi, poser-issimi, non lo sanno ancora ma innamoratissimi, lucidissimi, consapevolissimi e via dicendo con tutta un’altra vendemmia di -issimi.  Insomma, Stalin stesso quando appariva come condottiero infallibile in La Caduta di Berlino di Ciaureli aveva avuto, forse, un po’ più senso del pudore.

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Il problema di Ti amo presidente è però che, oltre all’impostazione da film di propaganda classic, è anche sommerso da strati e strati di appiccicossima politically correctness. Se il cinema di propaganda di destra (Benghazi, Attacco al potere: Olympus has fallen) sguazza nella sua banalità brutale e manichea, quello di sinistra, specificamente Obamiano (Selma, The Butler – un maggiordomo alla casa bianca), è tutto un equilibrismo di sorrisi, buoni sentimenti, educazione, etichetta e buonismi, dando l’impressione di essere costantemente ad un pranzo di lavoro o a un ballo di corte nell’800. E questo lo rende non solo meno sincero, ma soprattutto più fastidioso. Ora, giusto per fare un parallelismo con quanto appena successo alle elezioni, sapete di cosa avevo voglia io, appena uscito dalla proiezione stampa del film? Avevo voglia di Ti amo presidente 2, con protagonisti Donald e Melania Trump, ambientato nell’idromassaggio della Trump Tower, con fotografia da porno anni’ 80 e colonna sonora di Kid Rock.

VOTO: 4,5


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