Into the Inferno

Ogni volta che esce un nuovo documentario di Herzog ho un pessimo presentimento, come se mi aspettassi che per Werner sia arrivata la fine, la fine dell’ispirazione, la fine delle batterie, l’impigrimento, il rincoglionimento, o anche solamente l’ingigionimento a causa delle troppe lodi in giro per il mondo. Segnali inquietanti in tal senso erano arrivati da quell’oggetto inqualificabile di Queen of the Desert, con Robert Pattinson nei panni di Lawrence d’Arabia e Nicole Kidman pupazzetto in mezzo al deserto. Ora eccolo tornare con due documentari, quello su Internet (Lo and Behold) e quest’ultimo sui vulcani prodotto da Netflix, e il mio cervello si era già messo in un atteggiamento mentale di auto-tutela della serie “mi paro il culo”. Ecco ci siamo, assisterò al primo tonfo di Herzog, lui che ha fatto la storia del cinema e del documentario, lo vedrò imborghesirsi sotto i miei occhi mentre offre al Demonio Netflix la macchietta di se stesso. E invece no. Werner Herzog la sfanga ancora. Idolo, titano, maestro, gigante, fratello, totem, sei ancora un grandissimo, un poeta, un genio, un amico. Insomma, Into the Inferno è bellissimo.

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Herzog va dentro i vulcani. La trama potrebbe essere riassunta benissimo con queste cinque parole, sapendo tutto quello che può comportare il moto a luogo del regista tedesco verso un posto selvaggio del mondo. Werner si fa accompagnare dal vulcanologo Clive Oppenheimer (conosciuto durante le riprese di Incontri alla fine del mondo) nei vulcani attivi (e non) più famosi del pianeta.  Herzog e Clive visitano Indonesia, Islanda, Etiopia, Sud America e addirittura Nord Corea, studiando il rapporto – religioso, spirituale, tribale – che le civiltà cresciute sotto i vulcani hanno sviluppato con essi. Ma non solo: i due conoscono altri vulcanologi, studiosi di civiltà scomparse, sismologi, scienziati e via dicendo.

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Werner Herzog e i vulcani avevano già avuto un precedente flirt. Nel 1977 il regista tedesco girò La Soufrierecelebre mini-documentario sul vulcano omonimo dell’isola di Guadalupe. I vulcanologi lanciarono l’allarme di un’eruzione imminente, facendo evacuare l’intera cittadina. Se ne andarono tutti tranne una persona, che preferì rimanere sul posto. Herzog prese telecamera e microfoni e si lanciò alla ricerca di quell’uomo che aveva deciso di accettare la morte: il risultato fu uno splendido documentario ambientato nello spettrale paesino. Il legame spirituale di quella persona col vulcano Soufriere è lo stesso che contraddistingue tutti i personaggi di Into the Inferno.   Dalle tribù indonesiane che vedono nel Vulcano una divinità abitata dagli spiriti ai vulcanologi francesi che passano la loro intera vita a cercare di avvicinarsi alla lava fino a rimanerne uccisi, i protagonisti del nuovo documentario di Herzog  non sono tanto i vulcani (i quali sono “totalmente indifferenti all’attività umana e animale”), ma gli esseri umani che sono stati “bruciati” dalla passione verso di essi. In tal senso, Into the Inferno si riallaccia in modo vigoroso alla tematica dell’Herzog più classico: il racconto estatico di personaggi in bilico tra follia e passione, che hanno dedicato la loro intera esistenza ad una missione tanto assurda quanto necessaria. Come non vedere nel bizzarro ricercatore americano che passa le sue giornate nella polvere del deserto etiopico a raccogliere ossicini grossi come un un’unghia uno dei tanti antieroi herzoghiani, come l’amante degli orsi di Grizzly man, il costruttore di dirigibili di White Diamond, o lo stesso Fitzcarraldo? Il documentario, a ogni modo, amplia il discorso, estendendolo a vere e proprie culture nazionali, in qualche modo debitrici di un culto per un vulcano: non solo le tribù etiopiche o indonesiane, ma anche civiltà totalmente votate al razionalismo come l’Islanda e – clamorosamente – la Nord Corea.

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Proprio il passaggio nella Corea del Nord (già diventato cult) merita un discorso a parte. Werner Herzog, forte del grande rispetto etico che da sempre nutre verso i soggetti dei suoi documentari, riesce in qualche modo a non essere banale nella sua osservazione di un popolo totalmente plasmato dalla propaganda. Grazie ad una piccola domanda trabocchetto posta ad uno degli storici affidatigli durante il giro nel paese, Herzog mostra come gli abitanti della Nord Corea, anche nella loro individualità, parlino al plurale, come un individuo collettivo. Sono, in altre parole, propaganda essi stessi. A questa terribile constatazione che rincuora il senso di superiorità occidentale, tuttavia, il regista contrappone immediatamente una tribù indonesiana convinta che dentro un vulcano si nasconda una specie di divinità americana che presto gli porterà beni di consumo come chewingum e Coca Cole: il culto dei vulcani, ossia il culto di qualcosa che ci rende una comunità con un’identità, lo abbiamo tutti in quanto esseri umani.  Insomma, Into the Inferno è l’ennesimo gioiello di un autore che sa trasformare il documentario in poesia come nessun altro nella storia del cinema. Ah, dimenticavo, le immagini dei vulcani sono di una bellezza unica. La Natura, senza effetti speciali, si mostra in tutta la sua forza malvagia, indifferente ai sentimenti dell’uomo. Altro che Malick.

VOTO: 8


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