HyperNormalisation

HyperNormalisation è il nuovo controverso documentario di Adam Curtis, giornalista BBC che ha collaborato con Charlie Brooker (Black Mirror) e Massive Attack. Specializzato in ricostruzioni inquietanti della storia mondiale recente, con Hyper ci mostra come l’Occidente sia uguale all’URSS del 1989…

La parola “HyperNormalisation” è presa dal libro “The last soviet generation” di Alexei Yourchak, nel quale lo storico russo mostra il paradosso della vita dell’ultima generazione sovietica, nella quale tutti sapevano che il sistema stava collassando ma nessuno si immaginava un’alternativa allo status quo, così che la rassegnazione divenne una profezia auto-rigenerante che faceva credere nella finzione della stabilità. Secondo il nuovo documentario di Adam Curtis, l’Occidente si trova nella stessa identica situazione. Confortante no?

 Adam Curtis è un documentarista cult della BBC. Specializzato in ricostruzioni disturbanti della storia recente, il giornalista aveva fatto scalpore in U.K. con The Bitter Lake (2015), nel quale riscriveva ampie fette della storia del Medio Oriente. Correndo sulla lama del rasoio che separa il complottismo web dall’inquietante inchiesta storiografica, Adam Curtis ha sviluppato uno stile personale molto efficace, che frulla elementi di cultura pop con video di guerra pescati negli infiniti archivi della BBC. Il tutto viene traghettato dalla voce ipnotica di Adam, che si dà il cambio con pezzi di Burial, Aphex Twin, Clint Mansell e via dicendo. Il risultato è qualcosa di decisamente hyped, forse discutibile da un punto di vista storico, ma molto efficace e godibile. Adam Curtis è tornato la settimana scorsa pubblicando sulla BBC il suo nuovo, attesissimo documentario: HyperNormalisation.  La tesi del film (dalla durata tranquilla di 2 ore e 40) è sostanzialmente quella anticipata sopra, ossia che viviamo in un periodo in cui “tutti sappiamo che quello che ci viene detto dai politici è sostanzialmente una menzogna, ma ci siamo abituati. In altre parole la “finzione” è diventata normale. E siccome nessuno ha la più pallida idea di quale sia l’alternativa allo status quo, lo accettiamo “. Insomma eccoci nell’epoca della IperNormalizzazione. Proprio come in URSS tra 1985 e 1989. Per dimostrare tutto ciò Adam parte, come si suol dire, da Adamo ed Eva, ossia dagli anni ’70,  e il documentario è tutto un fiorire di ricostruzioni alternative della Storia (dal rapporto Siria-USA al ruolo di fantoccio di Gheddafi, dalla nascita del terrorismo suicida a quella di Internet e le tecno-utopie anni ’90 – ad un certo punto sbucano pure gli alieni – ). L’approccio ipertrofico di Smith tuttavia alla fine funziona, sottoponendo lo spettatore ad un bombardamento visivo e sonoro davvero ipnotico e potente (e mai noioso, le 2 ore e 40 volano come una puntata di Black Mirror). Tra le cose più belle, va citato il bellissimo montaggio dei film catastrofici anni ’90 che culmina nel vero attentato dell’ 11 settembre e l’utilizzo di Stalker di Tarkovskij per descrivere la Russia, da sempre immersa in un mondo politico “onirico” e “potenzialmente falso”.  Su una cosa, infine, Smith fa veramente centro (e paura): dagli anni ’70 le persone hanno smesso di vedere la realtà come qualcosa che può essere cambiata, ma si limitano ad avere un cool detachment, un cinismo ironico che di fatto porta all’accettazione di quello che viene propinato da potere. E non siamo forse un po’ tutti così?

Insomma, HyperNormalisation è un gran bel documentario. Certo, uno storico potrebbe definirlo agilmente (e non a torto) il regno dell’opinabilità, ma per avere uno sguardo obliquo sulla contemporaneità è fondamentale passare anche da questo tipo di ricostruzioni. E poi, occhi e orecchie ringraziano.


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