READING

BLACK MIRROR 3: Nosedive/Playtest

BLACK MIRROR 3: Nosedive/Playtest

Che Black Mirror sia una delle cose più belle capitate al mondo delle serie tv negli ultimi anni siamo tutti d’accordo. Per questo dobbiamo ringraziare Charlie Brooker e la sua scrittura cyberfantascifi, che messa al servizio di tanti bravi direttori d’orchestra ha dato vita ad una serie antologica che può bullarsi con le colleghe e definirsi unica. La terza stagione di Black Mirror è uscita per la prima volta su Netflix e si apre con un episodio tipicamente brookeriano, forse il più vicino a quelli degli anni passati.

Nosedive è diretto da Joe Wright e ha come protagonista Bryce Dallas Howard. Siamo nel solito futuro ipertecnologico, con una società ormai sottomessa alla potenza dei social che condizionano la vita di ogni singola persona, valutata da un’apposita app a seconda della propria rilevanza sociale. Lacie fa l’impiegata in un ufficio e il suo punteggio è di poco superiore al 4, una buona media, da borghese in ascesa. Ogni giorno Lacie fa di tutto per far aumentare il proprio punteggio, che cambia in base ai like che si prendono sul materiale postato sul proprio profilo e soprattutto sul voto (da 1 a 5 stelline) che ogni persona conferisce all’altra per ogni singola minchiata. Ti chiedo che ore sono? Mi rispondi gentilmente? Ecco a te 5 stelline. Hai il cazzo girato e sbuffi? Brutto cattivo, per te 1 stellina, prendi e porta a casa. Lacie vive la sua vita ossessionata da sta manfrina del punteggio. L’ossessione cresce in maniera esponenziale quando la sua “amica” d’infanzia Naomie (Alice Eve, bionda e stupida come una mattonella) la sceglie come damigella per il suo matrimonio. Un matrimonio al quale parteciperanno solo vips e gente super ok, utilissimi per guadagnare punti e salire di livello. Tutto ciò è visto come un dono dal cielo da Lacie che da questo momento in poi, però, non ne azzeccherà più mezza e vedrà la sua vita (social) colare a picco.

Nosedive

Allora, partiamo subito con un presupposto che sarà sgradito ai più ma che è solo pura verità: quasi tutte le puntate di Black Mirror sono pregne di retorica spicciola che sfiora il populismo. Ah, i cellulari! Ah, internet! Ah, i macchinari! Eh non so perché, perché continuano a costruire le case e non lasciano l’erba, se andiamo avanti così, chissà come si farà…eccetera. Quando non cade in questo cliché Brooker sforna mezzi capolavori (e lo vedremo con San Junipero la prossima settimana). Però c’è un però, grosso come una casa: queste tematiche un po’ ridondanti vengono messe sullo schermo in una maniera fresca, innovativa e tremendamente figa. Nosedive è l’esempio perfetto. Descrivere un futuro nemmeno troppo lontano nel quale tutti noi siamo vittime dei social non è questa mossa incendiaria, anche perchè in quel futuro ci siamo già: io stesso se faccio un post che credo simpatico su Facebook e non se lo incula nessuno mi sento un povero sfigato mentre se prendo 50 like mi prende bene. Viviamo già di illusioni e vacuità social, quindi da questo punto di vista Brooker non si inventa nulla.

Netflix-Black-Mirror-Nosedive

Il grosso lavoro qua lo fa Joe Wright, che sfrutta la sua esperienza nel campo di un certo cinema agghindato per regalarci una sorta di Cenerentola 3.0, una favola nervosa e sadica che si diverte a grattare via lentamente la patina colorata e pop che la ricopre. Bryce Dallas Howard poi è bravissima a nascondere la disperazione dietro sorrisoni a 32 denti, un po’ meno a sclerare ma vabbè. Nosedive fa centro perchè da un lato ci fa guardare allo specchio facendoci sentire degli idioti, dall’altro inquieta quanto basta mostrandoci una società nella quale l’unica via d’uscita dagli standard imposti è una vita da reietti.

C’è la moralina, c’è la speranza in fondo al tunnel, c’è un po’ di melodramma, ma di tutto questo non ce ne frega niente perchè l’ora iniziale di Black Mirror 3 scorre via che è un piacere e guardare la protagonista che fallisce ci fa godere. 4 stelline. (Steiner)

Screen Shot 2016-10-21 at 7.56.48 PM

Black Mirror è uscito venerdì, dopo il lavoro sono corso a casa nemmeno fossi il ragionier Ugo Fantozzi la sera della finale dei Mondiali: pizza, birra e rutto libero (e pure peggio), per partire con la visione di gruppo. Sabato alle 14 (si, ho dovuto dormire nottetempo, sono umano anche io) stavo per finire la quinta puntata quando vengo avvisato che dovrò scrivere riguardo la seconda. “Ah! Ok, quella che mi è sembrata più debole di tutte”. In ogni caso, vista la qualità della serie di Brooker, il concetto di debolezza per una puntata è comunque molto relativo.

La seconda puntata, Playtest (diretta da Dan Trachtenberg, quello di 10 Cloverfield Lane), si prende la briga di toccare il tema di un’ipotetica evoluzione dei videogiochi nel futuro. Sul piatto ci viene consegnata una storia che vede un bravissimo Wyatt Russell, nei panni di un americano di nome Cooper, una specie di “tipo da spiaggia” con un umorismo caricaturalmente medio (quello che gli americani e i milanesi chiamano comunemente “bro humor”), i capelli sporchi, lo zaino puzzolente della Ande e lo smartphone. Il ragazzo è scappato di casa e, decidendo di girare il mondo per metabolizzare un lutto famigliare, lo vediamo utilizzare il suo fidato smartphone per scattare selfie in varie località, per comprare biglietti aerei, per trovare compagnia per la notte. Tra le cose meno credibili della puntata c’è la sequenza in cui il ragazzo scarta due donne su Tinder, per poi mettere “cuore” alla terza e matchare. Assolutamente fake. Nella vita vera gli uomini fanno sempre swipe right, appunto, “cuore”: è una di quelle leggi della natura che non si possono combattere, non state a pensarci troppo.

14874860_10210709854365228_1848319095_n

Cooper ha un rapporto molto viscerale con il suo smartphone. Si può dire che viva più in funzione di quello che del mondo che sta guardando. L’unica cosa che evita come la peste è rispondere alle insistenti e continue chiamate della madre, con cui non ha più contatti da quando ha intrapreso il suo viaggio. Si troverà ad essere obbligato a cercare un lavoro occasionale, sempre tramite un’applicazione, e a trovarne uno come beta tester per un videogioco rivoluzionario, che si propone di mescolare l’attività video ludica a una sorta di realtà virtuale che, interferendo con la rete neurale del giocatore, e tramite un visore, è in grado di evocare virtualmente mostri antropomorfi, personaggi e situazioni dovuti a traumi nascosti nelle profondità più remote del cervello del malcapitato. Ci troviamo davanti a un classico horror in salsa futurista. In qualcosa mi ha ricordato Existenz di Cronenberg.

Dicevamo, la puntata più debole. Forse. Perché a una prima visione la narrazione piuttosto lineare, il tema da giovinotti e la retorica da “i videogiochi fanno male”, potrebbero sembrare il punto, ma sarebbe stato fin troppo semplice e superficiale archiviare così una puntata di Black Mirror.

Infatti, ad una seconda visione ho notato un sottotesto un filo più raffinato di così, e a farmelo dire è un piccolo particolare.

14826414_10210709855845265_1901330402_n

Quando Cooper finisce a casa di Sonja (Hannah Jonh-Kamen) tra i vari titoli di videogiochi, trova sulla libreria un testo dal titolo Singularity, un indizio piuttosto chiaro. La mente rimanda alla questione della singolarità tecnologica che, in parole straccione, è qualcosa che avviene quando un’intelligenza umana è accelerata da una determinata tecnologia, al punto in cui il processo diventa così repentino e profondo da essere inspiegabile e irraggiungibile in termini biologici. Se si pensa a come la storia prosegue (dopo che a Cooper viene impiantato “il fungo” nella nuca), è verosimilmente quello che accade. Il protagonista viene catapultato in una simulazione che scopriamo solo successivamente avvenire interamente nella sua testa: con l’andare avanti della storia l’apparecchio impiantato perfeziona esponenzialmente la propria efficacia, al punto che persino lo spettatore non riesce più a distinguere la realtà dal gioco, in un susseguirsi di falsi risvegli. Tutto questo ci porta a scoprire che ciò che abbiamo visto è successo in meno di un secondo, e che la testa del povero ragazzo non è riuscita a resistere a causa di una ironica quanto amara coincidenza. Ci rimane l’ultima sequenza, in cui a schermo pieno appaiono le parole -called “mom”-, a non farci mancare quel senso di malessere a cui la serie ci ha ormai abituati.

Cosa vuole dirci davvero Charlie Brooker alla fine di questo episodio?

Probabilmente di rispondere al telefono quando è quella santa donna di vostra madre a chiamarvi, specialmente perché al massimo vorrà chiedervi se avete ricordato la maglietta della salute, o ancor meglio cosa volete per cena. (Clavicembalo)


Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.